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5 ragioni per amare… la Storia Alternativa

1.

Perché la Storia Alternativa (o ipotetica, o possibile, o controfattuale, o controstoria, o allostoria, ovvero ucronia) è l’applicazione sul piano culturale e appunto storico della speculative fiction, come Robert Heinlein propose di definire la science fiction, allargandone lo spettro, addirittura nel 1947.

Ricordiamoci che quest’ultimo termine che noi ormai rendiamo sin dal 1952 come fantascienza, vuol dire semplicemente “narrazione a sfondo scientifico”, e quindi il grande scrittore americano, cui evidentemente l’ambito andava troppo stretto, propose l’aggettivo “speculativo”: una narrazione che speculava sul futuro in primis e poi in mille altri ambiti, non solo dunque quello scientifico. La Storia Alternativa, quindi è una speculazione sulla Storia del passato e del presente che immagina “cosa sarebbe successo se…” modificando il nostro oggi. Ovviamente ci sono …continua a leggere

5 ragioni per amare… il connettivismo

Dovrei illustrarvi cinque ragioni per amare il connettivismo, ma sul serio non saprei da dove partire. Il movimento di cui faccio parte è tuttora in corso di sviluppo, in continua evoluzione, e tende pertanto a sottrarsi alla facilità di giudizio che può suscitare un quadro cristallizzato in una dimensione ormai conclusa e completa.
Cercherò quindi di elencare cinque caratteristiche, lasciando poi a chi legge la libertà di decidere se si tratti di ragioni per amarlo o, al contrario, per odiarlo:

  1. Eterogeneità. I connettivisti sono eclettici e fondono influenze variegate: in seno alla fantascienza, i filoni più sperimentali che ne hanno scandito le diverse fasi, dalla social science fiction alla new wave, fino al cyberpunk; e nel fantastico le sue declinazioni weird e horror; dal postmodernismo …continua a leggere

5 ragioni per amare… il fantasy

Credo che sia successo a tutti gli autori (e i lettori) del fantasy vedere intellettuali nasi storcersi al solo sentir menzionare questo tipo di narrativa, come se si trattasse di un genere inferiore… non so a che cosa!
Grazie dunque alla WorldSF e al suo presidente per avermi dato l’occasione di spezzare in suo favore una lancia, anzi cinque lance.

Prima di tutto, però, credo sia opportuno chiarire cosa intendo per fantasy, cominciando con l’identificare il nucleo di questo genere letterario (e non solo letterario), che non consiste, o per lo meno non consiste soltanto, nella presenza di elfi bianchi o neri, di nani o comunque di creature mostruose.
Tutti questi elementi possono esistere a buon diritto nel fantasy, ma non ne costituiscono necessariamente l’essenza, la quale invece è data dal mito, dal sovrannaturale, ma anche dall’allegoria, dalla metafora, nonché dall’avventura, fattori inseriti però, a differenza di altri generi fantastici come le fiabe, in uno sfondo apparentemente realistico, con una sua precisa anche se immaginaria collocazione spaziale e/o temporale.

In difesa di questo bistrattato genere, in primis voglio ricordare che il fattore fantastico è presente in tutte le culture, e che lo ritroviamo, con singolari somiglianze (come ha sottolineato il buon, vecchio Jung) non solo nelle antiche leggende popolari, ma anche frammischiato alle prime cronache storiche, segno questo che è ben radicato nella mente e nel cuore di tutti gli uomini. Il soprannaturale e il fantastico fanno parte della cultura popolare fin dal suo inizio, prima ancora dell’uso della parola scritta, e li possiamo scoprire nel patrimonio di leggende che ogni Paese possiede, e che vengono tramandate di generazione in generazione, trasformandosi e arricchendosi.

In secondo luogo, anche nell’antica poesia epica, che del resto spesso riprende appunto i racconti tradizionali del proprio Paese, troviamo elementi tipici del genere fantastico. Tra le molte opere stupende con questa caratteristica, alle quali nessun lettore “colto” può negare un posto di rilievo nella storia della letteratura mondiale, qui ricorderò solo (basta e avanza!) i poemi omerici, quelli indiani, tra i quali il Mahabarata, e quelli medio orientali con le storie dell’eroe mesopotamico Gilgamesh; e più tardi le saghe scandinave e germaniche (i canti dei due Edda, I Nibelunghi ) e i poemi celtici (Mobinogion).

Anche in molte opere letterarie dei secoli successivi abbondano elementi fantastici. La letteratura cavalleresca, sotto molti punti di vista, può essere considerata, se non un fantasy vero e proprio, almeno una sua antenata, come si può constatare rileggendo i tre principali cicli tematici che la compongono in massima parte: il Ciclo Romano, incentrato in realtà sulla vita e sulle immaginarie avventure di Alessandro Magno, il Ciclo Carolingio, con le storie di Carlo Magno e dei suoi paladini e la Materia di Britannia che narra le vite e le gesta di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda e la ricerca del Santo Graal.

Non posso chiudere questa carrellata senza rammentare che anche durante il Rinascimento troviamo capolavori insigni nei quali gli elementi tipici della narrativa fantastica in genere, e dell’attuale fantasy in particolare, trovano largo spazio, basti ricordare l’Orlando Innamorato di Matteo Boiardo, l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Il poema dell’Ariosto, in particolare, con tutte le sue meraviglie e peripezie, divenne poi fonte e ispirazione per molte altre storie di avventura e magia.

Ma fu nel Romanticismo e nel Preromanticismo che la letteratura fantastica cominciò a prendere i caratteri che a tutt’oggi la contraddistinguono, e non a opera di qualche scrittorello sconosciuto, ma sempre per merito di autori di grande spicco. Tra questi James Macpherson che nel 1760 pubblicò I Canti di Ossian, o di Horace Walpole (1764) che scrisse Il castello di Otranto, che può essere considerato anche un capostipite, oltre che del fantasy, del moderno genere horror, o il grande E.T.A. Hoffman (1776-1822) con la sua ampia produzione fantastica, da I Racconti fantastici alla maniera di Callot a Gli elisir del diavolo e a I Confratelli di San Serapione.

Con Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873), George MacDonald (1824-1905) e William Morris (1834-1896) comincia la storia del fantasy moderno, e si tratta anche qui di autori con la A maiuscola, degni di figurare in una qualsiasi Storia della Letteratura.

A questo punto, ho elencato tre buoni motivi per amare il fantasy:

È connaturato con la natura umana, come provano le leggende che troviamo in ogni cultura;

È stato base e fonte d’ispirazione di alcuni tra i più grandi poemi di tutta l’umanità;

È un legittimo “discendente” delle opere di insigni scrittori e poeti.

E gli altri due motivi? Semplice!
Amo il fantasy perché anche in questi nostri anni ci ha dato non solo dei capolavori indimenticabili, basti ricordare le opere di Tolkien!, ma anche dei libri forse non immortali ma comunque gradevoli, che almeno per un poco ci possono far dimenticare la cartella delle tasse, i treni in ritardo, la raccolta differenziata della spazzatura, le diatribe dei nostri politici, ecc. ecc.: tutte quelle delizie, insomma, che rallegrano la vita dell’uomo moderno.

E questo infatti è l’ultimo, e il più importante, motivo per cui amo il fantasy, e lo leggo e lo scrivo: è un mezzo per sentirsi, almeno per un poco, più liberi, liberi di lasciar correre l’immaginazione in altri mondi, di vivere avventure incredibili, di assistere ad azioni stupefacenti salvo poi, chiuso il libro o spento il computer, a tornare alla realtà di tutti i giorni, ma con un pizzico in più di speranza e di coraggio, cose che ci hanno lasciato in eredità le storie e i personaggi fantasy.

E se i miei cinque motivi vi sembrano validi, fan di questo genere, forza!
Difendiamo i nostri amati libri dai loro detrattori senza paura di essere derisi e liberiamo il fantasy dal limbo dove gli “intellettuali” lo hanno rinchiuso!

Adriana Comaschi

5 ragioni per amare… Star Wars (inconsuete)

Di ragioni ce ne sarebbero tante altre, come ad esempio i rimandi alla mitologia greca o alla fantasy di tipo Tolkieniano (è noto che Lucas sognva di poter portare lui stesso sullo schermo “Il Signore degli Anelli“). Ma io provo a fornirvi le mie cinque ragioni personali per amare Guerre Stellari, magari un pò inconsuete ma altrettanto valide. E che riguardano gli aspetti più propriamente fantascientifici della saga.

  1. TRANTOR – Chiunque ami la fantascienza non può non essere rimasto affascinato dalla trilogia della Fondazione di Asimov. Nella seconda trilogia di SW, c’è una perfetta realizzazione visuale di ciò che i lettori hanno sempre immaginato e che nessun illustratore era stato capace di farci vedere in maniera compiuta: una capitale galattica formata da un pianeta completamente ricoperto di edifici. Memorabili le scene ambientate nel parlamento galattico, che per me valgono da sole il film. Ovviamente, viene subito in mente Trantor, il pianeta capitale dell’Impero Galattico, inventato da Isaac Asimov: praticamente una Manhattan estesa alle dimensioni di un intero mondo. Chapeau.

  2. ARRAKIS – Lo stesso Frank Herbert aveva riconosciuto almeno una dozzina di punti di contatto tra il suo ciclo di romanzi sul pianeta Dune e SW. Pare che il motivo principale sia stato l’amore che George Lucas portava a quelle opere, tanto da chiedere insistentemente ai produttori di poterne realizzare lui stesso la versione cinematografica. I produttori però non si fidarono perché Lucas era un giovane regista alle prime armi, che aveva realizzato “soltanto” “American Graffiti” (probabilmente si mordono ancora le mani per l’errore). Il film fu affidato prima a Jodorowski e poi a David Lynch ed è andata a finire come sappiamo. Lucas si è “vendicato” di quel rifiuto inserendo molti elementi di Dune nei suoi film, ideando il pianeta Tatooine (nome che ha una sospetta assonanza con “Dune”) e popolandolo di elementi che includono: un mondo che è un solo grande deserto di sabbia, vermi delle sabbie (di varie forme e dimensioni), predoni del deserto con tanto di tute distillanti, fattorie con trappole a vento sepolte nel sottosuolo, duelli all’arma bianca (anche se con spade laser e non con vibrolame) eccetera. C’è persino un perfido grassone, uno dei più cattivi villain dello schermo: solo che non si chiama Barone Harkonnen ma Jabba the Hutt. Se vi è piaciuto Dune (e siete in buona compagnia: oltre 10 milioni di lettori nel mondo…) non potete non amare alcune scene di SW.

  3. LIANNA DI FOMALHAUT – Probabilmente avrete notato che la principessa Padme, la madre di Leia Organa, assomiglia tanto all’eroina de “I sovrani delle stelle” di Edmond Hamilton. Lianna ha un ministro che si chiama Korkhann, un alieno appartenente a una razza che si è evoluta dagli uccelli e pertanto ha aspetto umanoide ma è dotato di becco e piume. Anche Padme ha un suo ministro per gli affari alieni, Jar Jar Binks: è un anfibio, non un uccello, ma è dotato di un vistoso becco. Se amate la fantascienza classica e le grandi space operas del passato, ovviamente amate Edmond Hamilton. In questi due personaggi potete trovare dei rimandi precisi al suo universo creativo. E la Morte Nera, dove la mettiamo? L’idea di un’arma capace di distruggere un mondo è stata usata in varie epoche e da vari autori, come John W. Campbell jr. e E. E. Smith, ma ne caso di Hamilton è un vero e proprio marchio di fabbrica. Non a caso lo chiamavano “world smasher Hamilton”, vale a dire “lo sfasciamondi”. Dunque, di nuovo, non potete che amare SW.

  4. BROKEDOWN ENGINE BLUES – La fantascienza umoristica ci ha abituato a robot pasticcioni e petulanti, come quelli costruiti dal professor Gallegher, il supergenio descrittoci da Henry Kuttner, che inventa e realizza robot solo quando è completamente ubriaco. Per non perdermi in un lungo e inutile elenco, tralascio di ricordare i robot di Harry Harrison, Fritz Leiber, Gordon Dickson e così via, ma non posso non nominare Robert Sheckley e i suoi combina guai meccanici, presenti in tanti suoi racconti, come quelli della A.A.A. Asso Decontaminazioni Interplanetarie. Il migliore allievo di Sheckley in questo particolare campo è stato certamente Ron Goulart, che di robot imbranati, capricciosi o perfidi (decisamente poco asimoviani) ce ne ha descritti tanti. La sua filosofia è contenuta in un famoso blues, che ha dato il titolo a una sua antologia, “Brokedown Engine”: i motori si guastano – e così i robot. Ogni volta che osservo R2D2 e C3PO mi vengono in mente i racconti di Sheckley e Goulart. Se succede anche a voi, avete un altro buon motivo per amare SW.

  5. LENSMEN – Gli uomini-lente ideati da E. E. Smith hanno più di un punto di contatto con i cavalieri Jedi. Lottano contro un male antico e potente (i Sith, servitori del lato oscuro della Forza in SW, i super-alieni di Eddore in Smith) e si servono di poteri parapsicologici che li rendono quasi dei semidei (grazie all’addestramento Jedi in SW, grazie alle lenti del potere che i Lensmen portano al polso in Smith). Entrambi cercano di trarre ordine dal caos dell’universo conosciuto. Tutto l’armamentario tecnologico descritto da Lucas nei suoi film (astronavi grandi come pianeti, armi che distruggono le stelle, tunnel spaziali, eserciti di cloni e di robot, eccetera) era già presente nei romanzi di Edward Elmer “doc” Smith. Se vi piace l’avventura spaziale barocca e straripante di Smith, non potete non amare quella di SW, che le somiglia così tanto.

Potrei continuare ancora un po’ questo elenco: avete notato, per esempio, la somiglianza tra gli Ewoks di SW e il Piccolo Popolo descritto da H. Beam Piper in “The little fuzzy” e “Fuzzy sapiens?”. Ma mi fermo qui. Credo di avervi dato l’idea di quel che intendo: se avete amato la buona fantascienza avventurosa, non potete non amare Star Wars.

Franco Piccinini

5 ragioni per amare… la fantascienza

Cinque elementi per amare la fantascienza?

1) la fs è aria, quella che respiriamo per vivere, che ci consente di parlare e udire, e di farci sentire all’osteria quando il bailamme è eccessivo. O di completare una vita mercé l’ausilio di Zefiro. Lei la respirava. E’ nuvola o vento, nebbia o bruma, il giorno più breve d’inverno che cade in febbraio, il purificatore che scioglie ogni attesa e cala la falce.

2) la fs è terra, che lei calpestava come tutti noi, e che ci sorregge e ci fa correre in avanti (a volte anche indietro), quella che – a ogni nostro viaggio chissà dove – noi ci chinavamo a osservare e sbriciolare fra le dita per controllare quale materialità avesse e quale consistenza, e se fosse poi diversa dalla nostra per odore e solidità. E sempre era diversa, e allora l’annuire era comune. Era sempre la nostra terra, quale ne fosse il colore, l’odore o la sostanza. Ci sosteneva e ci conduceva oltre, o altrove.

3) la fs è acqua, che anche lei beveva prima ancora di nascere e che noi speriamo di ricevere ancora un’ultima volta prima di andarcene, perché la nostra sete – proprio allora – è di quelle che non si spengono mai, che nate ieri vogliono sempre arrivare a un domani, e poi a un altro domani ancora, lungo una strada senza fine che continua ad attirarci e illuderci fino all’ultimo.

4) la fs è fuoco, quello in lei arse fino all’ultimo giorno, che arde e avvampa e consuma il cuore e divora le pagine, e troppo spesso distrugge le case. Quando è possente ci lacera dentro, brano a brano, e sembra imporre il silenzio solo quando si spegne, piano piano, fra il tremolio trepido e nascosto delle braci. Ma noi sappiamo che il fuoco non si spenge mai. Come l’amore.

5) la fs è dunque una forma di vita, che si sceglie nel corso degli anni, nel bene o nel male, volta alla parola o al silenzio, al tripudio o allo sconforto, alla coesistenza o allo scontro. Che termina nel silenzioso volgere di una pagina. Che altro è la nostra esistenza? Aria, terra, acqua e fuoco, più un crociato o un ragioniere per valutarne le dosi a piacere, misceliamo il tutto e avremo una strada che si allunga fino all’orizzonte. Dove ci aspetta il futuro. Che infine ci ricongiungerà.

Gianni Montanari