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5 ragioni per amare… la World SF Italia

Non avrei mai pensato di scrivere qualcosa del genere, ma un vecchio adagio recita: mai dire mai. Nota contradictio in terminis.
E sì, molti conoscono questa mia fissa, voglio il latino come lingua ufficiale dell’UE. Certo, lo so bene, pensate che sia folle. Ma è bello ogni tanto attaccarsi a un progetto folle. Per avere la certezza che, il non essere riuscito a portarlo in porto, non dipenderà da te, ma dalla irraggiungibilità della guglia.
Meglio restare attaccati a progetti, magari ambiziosi, ma possibili.
Come la World SF Italia.
Ho grandi predecessori che ci hanno creduto, principalmente Ernesto Vegetti che, ovunque lui sia, vorrebbe vedere la sua creatura spiccare il volo una volta per tutte.
E anch’io ci credo. Per 5 semplici ragioni.

  1. Siamo polpi orgogliosi, saldamente aggrappati alle pareti delle nostre tane. Octopodi che usano le numerose, lunghe e sinuose propaggini ventosate per mettere a posto gli innumerevoli libri e, contemporaneamente, scrivere o disegnare e, contemporaneamente, leggere o recensire e, contemporaneamente, navigare o chattare e, contemporaneamente, fondare siti o blog e, contemporaneamente, proporsi su Facebook o Twitter e… abbiamo finito gli otto tentacoli. Facciamo tutto nelle nostre sicure e accoglienti tane. E lì consumeremmo la nostra esistenza se non ci fosse l’Associazione a tirarci fuori, almeno una volta l’anno, e farci incontrare e conoscere o riconoscere. Se non fosse per la WSFI, soltanto una fiocina aguzza riuscirebbe a strapparci dalle nostre passioni. Dolorosissima.
  2. C’era una vecchia battuta in politica: ‘Voi non siete una minoranza, ma una unitanza’. Già, ciascuno di noi è solo. Benché ci si affanni a seguire mille social network o blog o siti o gruppi… restiamo soli dietro gli schermi ammiccanti. Ma sulla mia pelle ho imparato che il mettersi insieme per inseguire un sogno è sempre meglio che rincorrerlo da soli. L’essere uniti in questa Associazione ci permetterà (in parte ci ha permesso già) di ottenere qualche risultato, in quella continua partita di calcio che vede da una parte gli appassionati di fantascienza e dall’altra il resto del mondo (tutti ma proprio tutti contro). Quasi sempre ingiustamente perdenti, ci accorgiamo che insieme forse si dribbla di meno, ma si fanno più passaggi e qualche volta si segna persino. Ci accorgiamo che gli editori ortodossi non ci guardano più, come facevano non molto tempo addietro, come quelli che credono agli omini verdi e cominciano a capire che la nostra è letteratura a tutto tondo.
  3. Siamo parte del Mondo (si noti la M maiuscola, quello buono). Siamo una emanazione di quella World SF che assume carattere universale. Ma lo scopo vero di questa Associazione macchiettata di astri può essere altro. Io voglio crede che funga da guida a tutti gli appassionati, che possa diventare un mentore per segnare la strada, per tentare di spiegare quei perché che a ciascuno di noi spesso sfuggono. Perché la fantascienza non è considerata letteratura come tutte le altre? Perché il fantasy è accettato ma la FS no? Perché si considera tutto il fantastico letture per bambini? Perché uno scrittore di FS non può aspirare al Nobel? Insomma per dare una risposta a quelle domande che ne hanno mille e nessuna. Difficile? Sì, le cose ordinarie non fanno per noi della WSFI.
  4. La WSFI è la Base da cui far partire i razzi vettori di varie iniziative. Lanciare nel Creato navicelle e uccellacci di metallo per magnifiche imprese. Grazie all’Associazione potremo avere rapporti con la stampa altra e con l’estero da protagonisti, grazie all’Associazione ridaremo vita all’opera magagalattica del Catalogo Vegetti che langue da troppi anni, grazie all’Associazione valorizzeremo nel mondo gli autori italiani, fossero scrittori, saggisti, artisti in genere. Sì, progetto ambizioso. Ma la WSFI, col prezioso aiuto di ogni Socio, può permetterselo.
  5. In genere l’ultima ragione è quella più importante, ce la riserviamo per il colpo finale. Nel mio caso è proprio così. La più importante e la più semplice. La ragione principale per amare la World SF Italia è perché essa annovera tra i suoi Soci gli autori migliori della fantascienza italiana e i saggisti, gli editori, gli artisti, i traduttori, i curatori, insomma gli operatori migliori della fantascienza e del fantastico italiano. Sì, proprio i migliori. Con buona pace di chi ne è fuori.

Già, quelli che ne sono fuori. Penso che alcuni lo facciano per scelta consapevole, altri per banale snobismo fomentato dalla convinzione che l’Associazione è poca cosa per sé, altri ancora per pigrizia o perché non si sentono a proprio agio in una Associazione, qualunque essa sia. A loro voglio dire che c’è bisogno di tutti, che soltanto gli operatori della fantascienza possono aiutare la fantascienza, che questa è l’occasione giusta per crescere e magari difendersi e contrattaccare. Trascurarla è un errore che non permetterà a nessuno, al di fuori della WSFI, di lamentarsi della scarsa considerazione che gli altri hanno di noi autori borderline, noi esploratori dell’inesplorabile, noi che crediamo nell’impossibile.

Ho finito. Questa mia sarà il tormentone per tutta l’estate. Io e Salvo Toscano ci pigliamo un po’ di riposo. Principalmente lo merita Salvo. Straordinario amico e impareggiabile esperto, ha espresso un estremo desiderio. Non vuole lasciare questa valle di lacrime se prima non mi avrà insegnato tutto quello che lui sa di questa nuova preziosa forma di arte: il web. Ebbene, sono certo che, data la mia nota idiosincrasia per tutto ciò che non è palpabile, camperà mill’anni.

Donato Altomare

5 ragioni per amare… le utopie della fantascienza

Lo confesso, negli ultimi due anni ho letto pochi libri, ma da molto più tempo leggo pochissima fantascienza italiana. La ragione è che la maggior parte della fantascienza italiana è distopica: mondi sconquassati, personaggi abbruttiti, trame che non comunicano niente di buono se non una cupa riflessione sugli orrori dell’umanità. “Nessun significato, nessuna speranza e nessuna risposta” come direbbe il signor Spock. Sì, sono una trekker, ed è anche (forse soprattutto) per questo che non amo le distopie e adoro le utopie. E mi permetto con umiltà di farvi partecipi delle ragioni per le quali decisi, molti anni fa, che non avrei più letto o guardato opere distopiche.

1. Viviamo nella peggiore distopia che qualcuno potrebbe immaginare, la realtà. Perché dobbiamo occupare anche la nostra fantasia a celebrare le brutture del mondo, o dei mondi futuri? Non voglio fare della facile demagogia, non sto parlando di terrorismo, banche sanguisughe o politici corrotti, sto parlando del lato oscuro che da sempre accompagna l’umanità, dalle lotte tra le “famiglie” dei primi ominidi alla guerra fredda passando per il medioevo. Personalmente quando prendo un libro in mano o vado al cinema o mi siedo sul divano a vedere la TV voglio uscire dalla realtà.

2. Questa voglia di a-normalità è forse innata in me, ma è stata sviluppata proprio dalla fantascienza letteraria, con i libri che mi regalavano e quelli invece acquistati per scelta. Per questi ultimi avevo (e ho) un metodo semplice di valutazione: leggo la trama sul retro di copertina e se mi ispira emozioni positive, compro e leggo. L’autore che più amo e del quale sono stata (e sono) una fangirl è Isaac Asimov e sono due le cose che disse che mi sono rimaste impresse nella mente: una me la scrisse personalmente e non ha attinenza con quello di cui sto dissertando, l’altra era una semplice descrizione di quel che per lui era fantascienza: personaggi normali in situazioni eccezionali, personaggi eccezionali in situazioni normali.

3. Se si può dibattere sul fatto che anche personaggi distopici e situazioni distopiche si possano adattare alla descrizione di Asimov, è indubbio che ogni distopia si possa, senza grossi sforzi, trasformare in utopia applicando ciò che nelle favole si chiama il lieto fine. L’esempio più eclatante di questo assioma è una storia di cui ho goduto pochi anni fa: l’umanità è forzata a lasciare la Terra su astronavi generazionali dove tutto è automatizzato e, abbandonato il proprio homeworld alle spalle, sterile e inadatto alla vita, si perde tra giochi virtuali, comunicazioni interpersonali inesistenti e ossessione per il cibo spazzatura, vagando per lo spazio con luci artificiali che fan finta di essere il sole. Ma ecco che arriva la speranza, l’evento speciale che trasforma la distopia in utopia: un automa sviluppa la consapevolezza che sono i sentimenti e le piccole cose che contano veramente ed è lui che riesce a risvegliare le emozioni positive negli umani di questo futuro, riportandoli sulla Terra dove la vita sta rinascendo. Per chi non l’avesse ancora capito, sto parlando di Wall-E, un film d’animazione di fantascienza.

4. Il film Disney-Pixar riesce a rappresentare, con un’originalità che anche nel cinema si sta un po’ perdendo, quel sense of wonder che la fantascienza utopica rappresenta per me. Un ritratto divertente, spassoso, incantevole e originale di un mondo futuro dove le brutture del genere umano e i madornali errori che commette, se ci sono, sono usati per rappresentare il meglio che l’umanità può offrire: curiosità, amore, senso di sacrificio, lealtà, solidarietà e i risultati benefici che tali virtù possono portare. La fantascienza, come tutta la letteratura e l’arte in genere, ha secondo me il dovere di dare spunti di riflessione su come la realtà distopica dell’oggi possa trasformarsi in utopia del futuro.

5. È tale riflessione che porta alla quinta e ultima ragione per amare le utopie. Ultima in questa lista ma non per questo meno importante, anzi! Riflettendo su futuri possibili e auspicabili (e delle distopie si può dire tutto, ma non che siano auspicabili) si possono creare atteggiamenti che oggi invoglino a raggiungere le utopie di domani. Quante volte abbiamo sentito dire che l’umanità vivrebbe meglio “se tutti usassimo meno detersivi…”, “se tutti spegnessimo le lampade che non ci servono…”, “se tutti andassimo a prendere il giornale in bicicletta…”, “se tutti fossimo onesti con chi ci sta davanti…”, eccetera. Le utopie mostrano cosa succede se questi “se” venissero davvero attuati e possono dunque spingerci a vivere fin da adesso in quel modo utopico. Avvicinare l’utopia futura al nostro presente è ciò che dobbiamo fare per avere la speranza che “non tutto finirà con un bagliore e una bomba”, come diceva Gene Roddenberry, autore dell’utopia più longeva della storia della fantascienza televisiva: Star Trek.

Gabriella Cordone Lisiero

5 ragioni per amare… la fantascienza

Non so se l’indifferenza e talora il disprezzo per la fantascienza di certa gente dipendano solo da una scarsa o errata, deviante conoscenza che si ha dell’argomento. O – non è raro – da un atteggiamento sospettoso verso la scienza in genere. Anche da “intellettuali” che peraltro non rifiutano la lettura di un buon “giallo”, o di un altro “genere”. Eppure la fantascienza è una narrativa che senza alcun dubbio presenta, sia tematicamente sia stilisticamente, un altissimo numero di possibilità espressive. Considero questa narrativa una scansione a 360 gradi del “reale”, e se per il mainstream il mondo percepibile è l’unico esplorabile, la fantascienza ha modo di scrivere sul presente, sul futuro, sul passato, su questo universo, su come potrebbero essere altri universi, sulla terza dimensione, sulla quarta e forse altro. Naturalmente al centro c’è sempre l’Uomo: “l’unico soggetto che possa essere letterariamente raccontato”, come scriveva Lino Aldani. Perché indubbiamente la science fiction ci racconta di noi stessi, ma da punti di vista che altre letterature non possiedono: permette di “vedere oltre”. E mi sorge un dubbio: che il maistream, (l’establishment culturale, si diceva fino a qualche anno fa) abbia intuito, magari inconsapevolmente, con chi debba confrontarsi quando si parla di fantascienza.
Ecco: è questa ampiezza praticamente senza limiti, di temi e di pensiero, la prima ragione per cui – come lettore, come autore – amo tanto la fantascienza.

Che io sappia, l’unica volta che la science fiction ha avuto a che fare con la legge e le forze dell’ordine è stato nel 1944, negli Usa. L’Fbi fece irruzione nella redazione del noto periodico “Astounding”: agenti del controspionaggio indagavano come mai un racconto apparso sulla rivista intitolato Deadline, di Cleve Cartmill, contenesse così precisi riferimenti alla costruzione della “bomba”, che in quei giorni era in cantiere (il famigerato Progetto Manhattan). Il direttore della rivista, John W. Campbell, rispose con la verità: il racconto rielaborava, con fantasia, dati tecnici di dominio pubblico fin dal 1940.
In effetti ho sperimentato – come lettore e autore – che la fantascienza ha la… soprannaturale capacità di accogliere anche roba che altri potrebbero rifiutare. Come lettore ne ebbi prova leggendo, negli anni ’60/70, storie – peraltro notevoli, scritte da autori e autrici ben noti – di un erotismo che nel mainstream avrebbe prodotto certamente polemiche (in quei tempi “democristiani” la gente era molto, molto più bigotta). Come autore nel 2003, allorché Vittorio Curtoni volle pubblicarmi su “Robot” un racconto di una violenza splatter davvero estrema: giunse solo la protesta di 1(uno) lettore. Un mio “Urania” edito da Mondadori, cioé da Berlusconi, conteneva ideologia, idee e situazioni che, se lette dal (oggi ex) Cav., avrebbero mandato il volume al rogo. (E comunque certe persone non leggono mai libri). Ecco una seconda importantissima caratteristica che mi fa tanto cara questa letteratura: una certa invisibilità. Sottovalutata, trascurata? Diventa quasi un pregio, permettendo alla sua versatilità di esprimersi felicemente in ogni sfaccettatura.

Una persona che non dimenticherò mai è una mia maestra delle elementari. Durante una lezione, ci disse che mai un razzo sarebbe potuto andare sulla Luna, perché nello spazio non c’è l’aria, che sostiene gli aerei. A favore di questa modesta insegnante in un dopoguerra brindisino che ricordo catastrofico e pieno di macerie, dirò che anni dopo seppi di eminenti scienziati che avevano asserito la stessa cosa. Ad ogni modo, fu Asimov che mi aprì gli occhi sull’argomento, tramite una sua storia letta in uno dei primissimi “Urania”. Tutto ciò ora può apparire banale, ma per me non lo fu. Perché – mi sono poi reso conto – la mia non “severa maestra” ma bonaria e affascinante, è stata non la scuola bensì la fantascienza. Questa narrativa mi “prese” subito, e non solo mi fece sognare: mi spinse ad ampliare il mio modestissimo orizzonte scientifico e culturale, stimolando in modo impellente le mie curiosità. Nel dopoguerra non era facile trovare libri di divulgazione scientifica, anzi neanche esistevano. Se cercavo dettagli su un qualcosa letto in un libro, dovevo sperare di incontrare un Urania successivo dove, per fortuna, ci fosse un altro racconto ad hoc. In quelle pagine familiarizzai con concetti e nomi esoticissimi quali: iperspazio, nane bianche, nova, relatività, Anelli di Saturno, velocità della luce, orbita, forza gravitazionale, Nebulosa di Andromeda, Rigel, Betelgeuse, Antares, la Stella Fuggiasca, stella doppia, Nube Testa di Cavallo, e mille altri. Fu l’avvio d’un percorso che che dura tuttora.
Immagino sia un buon terzo motivo per amare la fantascienza.

La science fiction è un genere letterario “vivo”. Più degli altri, direi: nel corso di alcuni decenni è mutata (o se preferite si è evoluta) più volte, talora in modo radicale. Dagli orizzonti ottimisti dell’Età d’Oro negli anni ’20/30 alla visione critica del dopoguerra, poi la social science fiction, che estese il campo alle scienze soft. Nei ’60/70 assorbì istanze e tematiche sessantottine, favorendo anche sperimentalismi della New Wave. Ai primi anni ’80 intravide effetti delle imminenti tecnologie telematiche, e nacque la sua potente versione Cyberpunk. Smaltita l’ubriacatura cyber, attualmente la fantascienza ristagna: giusto in linea con il mondo, di cui è l’inevitabile riflesso. Ma questo talora tumultuoso percorso ha giocato a suo favore: si è arricchita d’una enormità di temi e concetti. Non solo viaggi nel tempo o su Marte o guerre stellari, ma anche – direi – tutto il resto, fino alla “vita quotidiana”. Una evoluzione fascinosa che apre ancora orizzonti culturali anche per chi scrive: affrontare temi nuovi, o comunque diversi dai precedenti, ogni volta. Evitare di “copiarsi”. Perché i temi sono infiniti…
Ecco: un quarto, ottimo motivo.

Un quinto argomento c’è, e sebbene appendice o derivato di quanto già scritto, ritengo sia da sé di notevole importanza. I bambini, i ragazzi, amano la fantascienza, anche quando non sanno come si chiama. Conoscono quella televisiva, che è tutt’altra cosa di quella scritta. E comunque una quindicennale esperienza nelle scuole medie (1994-2009) mi ha insegnato che i ragazzi amano inventare storielle fantascientifiche, scriverle nei loro concorsi scolastici a tema libero. Non ne nascono semplici favolette: sono spesso sorprendentemente ricche di spirito, inventiva, avventura, contenuti. La fantascienza, come letteratura giovanile, negli Usa ha avuto collane dedicate ai più giovani, i famosi “juveniles”, con firme quali Asimov, Silverberg, Heinlein e altri. Un “genere” che possiede anche potenzialità educative e culturali notevolissime, senza cadere in buonismi o forzature didascaliche. Le meraviglie delle scienza e la opportunità di un loro uso equilibrato, il rapporto con l’“altro”, lo stimolo ad ampliare conoscenze d’ogni tipo, la necessità della lettura, la consapevolezza della “piccolezza” dell’Uomo, il dover essere “uniti” in quanto unica specie, la difesa dell’ambiente. Una tensione verso un “oltre”, che magari si scopre irraggiungibile… Di questi temi basilari, e tanti altri, buona parte della fantascienza è sempre stata interprete: meriterebbe d’essere materia d’insegnamento. Ci sono stati e ci sono tentativi, ma non è affatto facile.
Un buon quinto motivo? Di più: un auspicio.

Vittorio Catani

5 ragioni per amare… tutto quello che è campato in aria

Originarimente, questo pezzo avrebbe dovuto intitolarsi “Cinque buone ragioni per amare tutto ciò che è sospeso in aria e non controllabile”, una citazione da Robert Walser che non so se citasse a sua volta qualcuno. Poi ho pensato che la figata – pardon, la citazione – potesse andare nel testo, ammettendo che non è farina del mio sacco. Nel titolo avrei semplificato, perché quando si scrive bisogna sforzarsi di essere efficaci e niente è meglio di una frase fatta. In ogni caso, è vero: per quanto all’apparenza posato io amo le cose astruse e i castelli fra le nuvole. Apprensivo e in certi casi fifone, adoro l’improbabile e i fenomeni incontrollabili, purché goduti da spettatore (per questo sono finito nella fantascienza).

La ragione principe è che l’improbabile fa sentire meglio: sta in alto, dove è ventilato, libero da zavorra terrena. Le responsabilità sulla luna pesano circa un sesto, e nel 1969 mi sentii defraudato per non essere stato scelto a far parte dell’equipaggio di Apollo XI. Mi consolavo pensando che un anno prima, nel ’68, ci ero arrivato per via artistica, assistendo alla prima di 2001:odissea nello spazio; fatto abbastanza notevole, mentre io me ne stavo al chiuso del teatro Augusteo, tre uomini giravano (dentro l’Apollo 8) intorno al nostro satellite, come a benedire il mio viaggio inaugurale. Volare è bello: quando presi un aereo per la prima volta, nel 1979, la vista della terra che si allontanava dietro di me fu un bonus per l’egomaniaco, la parte di noi stessi che ci vorrebbe far schiacciare il mondo come un verme e che di solito teniamo sotto chiave. Il pensiero che con l’aiuto di quattro reattori avevo vinto la forza di gravità, mi fece sentire un angelo. O forse un marziano.

La seconda ragione è che nell’aria ci si campa, proprio come fa pensare il detto. Qualcuno obbietterà che lassù bisogna essere campati artificialmente, ma qu’à cela ne tienne. Abbiamo i mezzi per pompare ossigeno nei nostri abitacoli e un domani li avremo per immetterlo direttamente nel sangue e nei polmoni, forse con le nanomacchine. Campare in aria o accamparsi, fingere i nostri piuoli nell’etere potrà sembrare un fatto rischioso, un fondamento tutt’altro che solido. Ma è appena il caso di ricordare che ciò che è sospeso è semplicemente capovolto, confitto in una materia che rappresenta l’estensione di quella edificabile, anche se molto meno grossolana. È il cielo, dal latino coelum (gr. κοῖ λος), la volta ma anche la cesura che ci sovrasta. Cesura deriva da un altro verbo antico, caedo ossia tagliare: cielo e spazio furono divisi in quadranti e poderi fin dalle origini, per scopi molto pratici.

La terza ragione di questo panegirico è che si tratta d’una necessità. La vita negli strati bassi dell’atmosfera ha molti limiti. È vero che ha anche qualche piacerino, ma una volta che hai collezionato tutto “Nembo Kid” e avute tutte le donne che ti spettano in sorte – non moltissime, non una di più – cosa resta? La punta del naso: ebbene, c’è chi si accontenta di temperare la punta del naso. Noi abbiamo altro da fare.

Quarto e non ultimo motivo, castellando in aria si può rimediare un lavoro per l’avvenire. Ad esempio, si può imparare a curare una rivista di fantascienza o una collana di e-book sullo stesso tema. Chiusi nella postazione ventiquattr’ore al giorno, senza netta distinzione fra albe e tramonti, manipolando soltanto un tastierino, si può ammannire alle giovani generazioni il pan di stelle di cui hanno bisogno. Se si è dotati di spirito critico, si potranno postare commentari sui “film de romanos” e di sf, Totò e i musicarelli, l’intero corpus del western e pubblicazioni semiclandestine come I romanzi del cosmo, Urania e lo S.F.B.C. Per non dimenticare i fumetti cavernicoli di B.C…

Quinta ragione ed epilogo: amare le celesti praterie è sicuro, anonimo e alla portata di tutti. Non bisogna pensare che il privilegio appartenga soltanto al circolo cultori della science fiction (CCSF), perché molti dei più illustri campatori della storia, dei più ammirevoli seminatori nel vento non hanno mai aperto un libro. Guai! Essi sono stati e sono, all’apparenza, normalissimi cittadini con il colletto inamidato, il pince-nez e le mezzemaniche per non macchiare la giacca d’inchiostro. Le loro esistenze sono prosaiche, addirittura noiose e certo molto terra-terra, finché non viene il momento di spalancare la porta della stanza con il trenino. Ben lo sapeva Simenon, che ne ha parlato a iosa. Vivere una vita campestre, pardon aerestre, non implica stravaganze: è preferibile confondersi nel grigio e anzi nel gregge, per ricavare la propria dignità e libertà dalla suprema insouciance. Vi sentite già più leggeri? Su, su, staccatevi dal suolo, salite come un filo di fumo, una spirale di nebbia o un razzo del capodanno cinese. Se non vi fidate delle vostre ali d’Icaro, le brucerete al sole; se imparerete che l’antigravitazione non è per tutti, ma per voi funziona, continuerete a filare incogniti nel mondo dell’arte di vivere, sopra i meschini calcoli della borghesia e delle multinazionali.

Giuseppe Lippi

5 ragioni per amare… la fantascienza scientifica

Secondo me, in Italia si pubblica poca hard science fiction. Il guaio è che mi piace tantissimo: la considero “The Very Best Fantascienza”. E come me sono certo che la amano moltissimi appassionati di fantascienza italiani. Perché allora gli editori sono così restii a scegliere e far tradurre opere di questo tipo? Com’è possibile che restino ancora inediti così tanti lavori di Larry Niven o Ben Bova o Poul Anderson o Hal Clement? Quando lo chiedo, mi sento rispondere che la maggior parte del pubblico non apprezza la hard science fiction, o perché non la capisce e la trova difficile o perché la rifiuta in quanto “fredda” e poco “avventurosa”.
Difficile? Può darsi. Qualche nozione scientifica bisogna pur averla, per comprendere certi passi di un romanzo di hard SF, ma non esageriamo. Lasciate che vi citi cinque nomi di autori (a proposito: sono già cinque ottime ragioni per amare questo particolare tipo di fantascienza…)

  • Isaac ASIMOV
  • Robert HEINLEIN
  • Arthur CLARKE
  • Larry NIVEN
  • Michael CRICHTON

Trovate davvero che questi autori siano difficili da leggere? O che le loro opere siano state fredde e poco interessanti? Come direbbe il compianto Totò: “ma mi faccia il piacere!”. Tutti quei cinque scrittori hanno scritto ottime opere di fantascienza hard. Tutti hanno venduto milioni di copie dei loro libri e sono stati tradotti in tutte le principali lingue del mondo. Non mi pare che abbiano avuto problemi a far comprendere i concetti espressi nei loro romanzi, o che la gente non si sia divertita a leggerli. Direi al contrario che sono stati tra i più letti e amati. Sono stati in alcuni casi dei veri bestsellers e quasi sempre dei long-sellers, continuamente ristampati dopo quaranta o cinquant’anni dalla loro prima edizione. Il compianto Isaac Asimov suggeriva di tradurre “hard” (che in inglese assume diverse sfumature di significato a seconda del contesto) non come “dura” o “difficile” ma come “rigorosa”: nel senso che questo tipo di SF parte da concetti al passo con le frontiere della scienza (a volte si spinge un poco più in là) e si mantiene rigorosamente aderente e consequenziale alle premesse (ma senza esagerare). Mi sembra una buona definizione, da meditare e divulgare.
Temo che i motivi che spingono gli editori ad accusare la hard science fiction di essere fredda e difficile siano di natura ben differente. Ora, come iscritto alla World SF dovrei sentirmi un addetto ai lavori, ma in realtà sono uno scrittore dilettante e vi confesso che di meccanismi dell’editoria capisco ben poco. Non essendo un esperto di cose editoriali, posso solo suggerire alcune motivazioni, sperando di non dire troppe fesserie. Intanto, vi offro due motivi che hanno poco a che vedere con le idee o i contenuti o la leggibilità di un’opera e dipendono soltanto da Sua Maestà il Budget, contro il quale si può fare ben poco:

  1. Difficoltà di traduzione: i buoni traduttori costano, mentre quelli non tanto bravi sono messi in difficoltà da termini scientifici anche banali [esempio: quante volte mi è toccato vedere tradotto “nitrogenum” come “nitrogeno” anziché “azoto”!]
  2. Costo dei diritti: gli autori famosi in America costano molto di più in termini di royalties di quanto un editore italiano possa sperare di guadagnare dalla loro pubblicazione [esempi classici: la mancata traduzione della conclusione di cicli come Dune di Herbert o The Smoke Ring di Niven]
  3. A questi motivi economici (più che legittimi, ahimè) spesso si aggiunge lo scarso interesse per la scienza da parte di alcuni “editor” che devono selezionare le opere da pubblicare, forse perché legati a una formazione culturale classica/umanistica o più amanti del fantastico puro/fantasy/horror che della fantascienza vera e propria

A coloro che parlano male del mio genere preferito, suggerisco cinque buone di ragioni per cui dovrebbero rivedere le loro opinioni (se non altro per rispetto verso i lettori). Offro cinque parole d’ordine:

  • Divulgazione – la SF hard aiuta a rendere comprensibili e popolari i concetti espressi dagli scienziati – certe pagine di Asimov o di Hal Clement sono utili per capire la fisica e la chimica più di un testo del liceo.
  • Estrapolazione – la hard SF cerca di vedere un po’ più avanti degli attuali confini della conoscenza, spingendosi qualche passo più in là, nel regno delle possibilità non ancora realizzate, dove gli scienziati non osano ancora spingersi in mancanza di prove certe – e spesso si è già verificato il caso che lo scrittore di SF avesse ragione e la scienza confermasse le sue ipotesi.
  • Anticipazione – la SF cerca di capire come sarà il futuro e nel fare queste previsioni si serve di vari strumenti; oltre a quelli di normale amministrazione per qualunque scrittore (storici, sociali, politici, letterari, satirici) la SF utilizza anche il progresso della scienza e della tecnica, dandoci così un quadro più ampio e completo – non è profezia, in alcun modo, ma sovente riesce ad anticipare il futuro nelle sue linee generali e anche quando sbaglia, è comunque da ammirare per il tentativo.
  • Educazione – la funzione educativa di queste storie viene spesso ignorata a livello di critica letteraria, eppure ha avuto un ruolo fondamentale – per esempio, la hard SF tende a preparare le nuove generazioni all’impatto con il progresso e le sue sfide (pensate a Heinlein e a come i suoi romanzi per ragazzi hanno abituato una intera generazione di americani a pensare allo spazio come un posto dove viaggiare e dove vivere, oppure pensate a William Gibson e Bruce Sterling e come hanno aiutato a comprendere e affrontare l’impatto con la diffusione dell’informatica); fondamentale è il ruolo educativo di quelle opere che portano il lettore a identificarsi con il diverso/l’alieno (pensate alla Le Guin e a “La mano sinistra delle tenebre”, ma anche a tanti romanzi di Gordon Dickson, Jack Vance e Poul Anderson e alle loro accurate e credibili raffigurazione di razze diverse da noi fisicamente e culturalmente).
  • Ideazione – a volte la SF ha ispirato e stimolato gli scienziati: pensate ai robot di Asimov, ai satelliti geosincroni di Clarke, ai “logici” di Murray Leinster. Infine, tanto per ribadire il concetto che non occorre grande cultura scientifica per costruire una buona storia di fantascienza hard: ci avevate mai riflettuto sul fatto che “Uccello da guardia” di Robert Sheckley è la perfetta descrizione di un moderno drone?

Franco Piccinini