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Annarita Guarnieri e il mestiere di traduttore

Annarita1rDi professione fa la traduttrice, soprattutto di opere fantastiche, ma è anche una riconosciuta scrittrice e saggista. Stiamo parlando di Annarita Guarnieri vincitrice più volte del Premio Italia, di un Premio World Internazionale e di un Premio Europeo per l’eccellenza nelle traduzioni conferito dalla SESF (Societe Europeenne de Science Fiction). In uno dei suoi rarissimi momenti di ‘calma’, abbiamo avuto modo di porle alcune domande sugli ultimi lavori e su quanto sta producendo dal punto di vista creativo. Qui il resoconto della nostra chiacchierata.

Hai recentemente realizzato una traduzione per Fanucci, cosa riguardava?
Beh, più di una, a dire il vero, ma le ultime veramente belle sono state I Figli del Tempo, di Adrian Tchaikovsky, per quanto concerne la fantascienza (non voglio svelare nulla della trama, ma l’ho recensito su Dimensione Cosmica numero 2) e Blood of Dragons (non conosco al momento il titolo italiano) di Robin Hobb, ultimo capitolo delle Cronache della Giungla delle Piogge, per quanto riguarda il fantasy. Sono molto contenta di lavorare con Fanucci soprattutto perché sono finalmente tornata ai generi che mi sono più congeniali, dopo anni a tradurre libri (belli, per carità, alcuni ho anche continuato a comprarli) di vampiri e di urban fantasy (da gemmelliana convinta è un genere che non amo proprio).

Ci sono altre opere che stai traducendo?
Al momento sto lavorando a un saggio sui Vichinghi per Odoya, poi ho una di fantascienza per Urania e un fantasy per Fanucci.

Parliamo dei risvolti della tua attività lavorativa. Ci vuoi dire di come ti organizzi e di come procedi?
Annarita2r Bella domanda! In teoria, lavorando in casa dovrebbe essere facile organizzarsi, ma non è affatto così. Prima c’erano le figlie, adesso i gatti e la gallina… sempre qualcosa che ti crea imprevisti e ti obbliga a rivedere i programmi che ti eri fatta. Comunque io in genere dedico la mattina alle “grane” e il pomeriggio (e la notte) al lavoro, abitudine di quando al mattino portavo le figlie a scuola e facevo la spesa e le pulizie di casa prima di mettermi all’opera. Per quanto riguarda il lavoro vero e proprio, mi creo una sorta di “modulo” in cui elenco i capitoli dell’originale, il numero di pagine di ciascuno, e calcolo la tabella di marcia da tenere, annotando anche le pagine di traduzione corrispondenti a ciascun capitolo a mano a mano che si sviluppano. Trovo che sia di aiuto a mantenere il ritmo. Per il resto, mi faccio il segno della croce ogni mattina e mi auguro di non avere troppi “intoppi” extra che mi portino via tempo prezioso.

Ma qual è la fase più importante?
Oddio, non saprei dirtelo… è tutto importante, ma per me non esistono “fasi”. Io lavoro sul testo originale in word e cancello l’inglese (ovviamente ho il pdf di riscontro) a mano a mano che traduco, quindi è una cosa fluida, proprio come leggere il libro. Le fasi in realtà sono due, la traduzione vera e propria e la revisione, che è quando bisogna stare bene attenti che la “musica delle parole” scorra come si deve.

Tra le tante opere che hai tradotto qual è stata quella più complessa? E quella che, invece, ti ha creato meno problemi?
Altra bella domanda… considerato che devo valutare 40 anni di attività e circa un migliaio di lavori tradotti. La più difficile, non saprei, l’inglese è inglese. Forse le opere di Robinson, ma solo perché richiedono un estenuante lavoro di ricerca dovuto a tutti i termini scientifici e tecnici che utilizza. Di certo il lavoro che ho detestato di più (e non piaceva neanche a Viviani) è stato il Ciclo del Nuovo Sole di Wolfe… a circa 30 anni di distanza mi chiedo ancora che senso avesse quella storia. Quanto alla traduzione con meno problemi… tutte quelle di Star Trek e di vampiri. Erano cose che si potevano tradurre su un piede solo, Star Trek perché conoscevo la materia (e il linguaggio) come le mie tasche, i libri di vampiri perché veramente a un livello estremamente semplice, tanto che tenevo la TV accesa e la seguivo con un orecchio mentre lavoravo.

Quale testo avresti voluto tradurre?
Quello che avrei voluto tradurre? Game of Thrones… e per un momento è parso che fosse mio, ma poi ci sono stati rimaneggiamenti amministrativi interni ed è finito purtroppo in altre mani.

Scrivi anche narrativa, soprattutto racconti. A che punto è il romanzo fantasy di cui mi parlasti tempo fa?
Sì, diciamo che cerco di scrivere, perché in questo Annarita3r periodo il lavoro è tanto (per fortuna) e il tempo pochissimo. Quest’anno sono riuscita a pubblicare un po’ di racconti e ne ho un altro paio che dovrebbero uscire (si spera). Sono a metà di un racconto lungo di fantascienza che forse prima o poi riuscirò a finire e ho alcune idee per altre cose, ma il tempo, come sempre è peggio che tiranno. Romanzi in sospeso in realtà ne ho due. Uno, “La Corona Nascente”, è un fantasy classico che avevo cominciato a scrivere molti anni fa (ancora negli anni ottanta). Poi la vita si è messa di mezzo, è finito nel cassetto e non sono ancora riuscita a rimetterci mano, anche perché nel frattempo sono cambiata io e dovrei rivedere un sacco di cose. L’altro progetto, più recente, è arrivato all’ultima parte (la quarta) quando mi sono arenata sempre per mancanza di tempo, ma conto di rimetterci mano più prima che poi. Si intitola “Il Pendente d’Oro” ed è una strana mescolanza di fantasy, romanzo storico (all’acqua di rose), thriller e un pizzico abbondante di horror psicologico. Inoltre avrei la traccia già pronta per un heroic fantasy mediterraneo, “I Lupi di Monfalcone”, ma è un progetto ancora in nuce. Mi piacerebbe anche creare una mini antologia di racconti brevissimi (circa 2000 battute l’uno) imperniati ciascuno su un Arcano Maggiore dei tarocchi. Inoltre per una sfida legata a un seminario di scrittura a cui ho partecipato, ho già pronto quello del Carro. Gli altri cercherò di scriverli, come sempre, a pizzichi e bocconi. Oh, e vorrei anche creare una storiella per bambini imperniata sulla mia adorabile, intelligentissima, immarcescibile gallina Cocò.

Stai scrivendo anche un saggio su Gemmel o mi sbaglio ?
Al saggio (a singhiozzo) sto lavorando proprio ora. Si tratta di un approccio personale e un po’ diverso all’opera di Gemmel, che guarda prevalentemente ad alcuni pilastri portanti che sono presenti praticamente in tutti (o quasi) i romanzi da lui scritti, soprattutto nel ciclo del Drenai e delle Sipstrassi. L’handicap che sto incontrando è che mi piacerebbe rileggere almeno buona parte delle opere mentre lavoro al saggio, ma… indovina un po’? Non ne ho il tempo!

Con Annarita ci proponiamo di tornare su queste colonne appena avrà ultimato il sopracitato saggio, per cui restate sintonizzati!

Filippo Radogna


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