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Originarimente, questo pezzo avrebbe dovuto intitolarsi “Cinque buone ragioni per amare tutto ciò che è sospeso in aria e non controllabile”, una citazione da Robert Walser che non so se citasse a sua volta qualcuno. Poi ho pensato che la figata – pardon, la citazione – potesse andare nel testo, ammettendo che non è farina del mio sacco. Nel titolo avrei semplificato, perché quando si scrive bisogna sforzarsi di essere efficaci e niente è meglio di una frase fatta. In ogni caso, è vero: per quanto all’apparenza posato io amo le cose astruse e i castelli fra le nuvole. Apprensivo e in certi casi fifone, adoro l’improbabile e i fenomeni incontrollabili, purché goduti da spettatore (per questo sono finito nella fantascienza).
La ragione principe è che l’improbabile fa sentire meglio: sta in alto, dove è ventilato, libero da zavorra terrena. Le responsabilità sulla luna pesano circa un sesto, e nel 1969 mi sentii defraudato per non essere stato scelto a far parte dell’equipaggio di Apollo XI. Mi consolavo pensando che un anno prima, nel ’68, ci ero arrivato per via artistica, assistendo alla prima di 2001:odissea nello spazio; fatto abbastanza notevole, mentre io me ne stavo al chiuso del teatro Augusteo, tre uomini giravano (dentro l’Apollo 8) intorno al nostro satellite, come a benedire il mio viaggio inaugurale. Volare è bello: quando presi un aereo per la prima volta, nel 1979, la vista della terra che si allontanava dietro di me fu un bonus per l’egomaniaco, la parte di noi stessi che ci vorrebbe far schiacciare il mondo come un verme e che di solito teniamo sotto chiave. Il pensiero che con l’aiuto di quattro reattori avevo vinto la forza di gravità, mi fece sentire un angelo. O forse un marziano.
La seconda ragione è che nell’aria ci si campa, proprio come fa pensare il detto. Qualcuno obbietterà che lassù bisogna essere campati artificialmente, ma qu’à cela ne tienne. Abbiamo i mezzi per pompare ossigeno nei nostri abitacoli e un domani li avremo per immetterlo direttamente nel sangue e nei polmoni, forse con le nanomacchine. Campare in aria o accamparsi, fingere i nostri piuoli nell’etere potrà sembrare un fatto rischioso, un fondamento tutt’altro che solido. Ma è appena il caso di ricordare che ciò che è sospeso è semplicemente capovolto, confitto in una materia che rappresenta l’estensione di quella edificabile, anche se molto meno grossolana. È il cielo, dal latino coelum (gr. κοῖ λος), la volta ma anche la cesura che ci sovrasta. Cesura deriva da un altro verbo antico, caedo ossia tagliare: cielo e spazio furono divisi in quadranti e poderi fin dalle origini, per scopi molto pratici.
La terza ragione di questo panegirico è che si tratta d’una necessità. La vita negli strati bassi dell’atmosfera ha molti limiti. È vero che ha anche qualche piacerino, ma una volta che hai collezionato tutto “Nembo Kid” e avute tutte le donne che ti spettano in sorte – non moltissime, non una di più – cosa resta? La punta del naso: ebbene, c’è chi si accontenta di temperare la punta del naso. Noi abbiamo altro da fare.
Quarto e non ultimo motivo, castellando in aria si può rimediare un lavoro per l’avvenire. Ad esempio, si può imparare a curare una rivista di fantascienza o una collana di e-book sullo stesso tema. Chiusi nella postazione ventiquattr’ore al giorno, senza netta distinzione fra albe e tramonti, manipolando soltanto un tastierino, si può ammannire alle giovani generazioni il pan di stelle di cui hanno bisogno. Se si è dotati di spirito critico, si potranno postare commentari sui “film de romanos” e di sf, Totò e i musicarelli, l’intero corpus del western e pubblicazioni semiclandestine come I romanzi del cosmo, Urania e lo S.F.B.C. Per non dimenticare i fumetti cavernicoli di B.C…
Quinta ragione ed epilogo: amare le celesti praterie è sicuro, anonimo e alla portata di tutti. Non bisogna pensare che il privilegio appartenga soltanto al circolo cultori della science fiction (CCSF), perché molti dei più illustri campatori della storia, dei più ammirevoli seminatori nel vento non hanno mai aperto un libro. Guai! Essi sono stati e sono, all’apparenza, normalissimi cittadini con il colletto inamidato, il pince-nez e le mezzemaniche per non macchiare la giacca d’inchiostro. Le loro esistenze sono prosaiche, addirittura noiose e certo molto terra-terra, finché non viene il momento di spalancare la porta della stanza con il trenino. Ben lo sapeva Simenon, che ne ha parlato a iosa. Vivere una vita campestre, pardon aerestre, non implica stravaganze: è preferibile confondersi nel grigio e anzi nel gregge, per ricavare la propria dignità e libertà dalla suprema insouciance. Vi sentite già più leggeri? Su, su, staccatevi dal suolo, salite come un filo di fumo, una spirale di nebbia o un razzo del capodanno cinese. Se non vi fidate delle vostre ali d’Icaro, le brucerete al sole; se imparerete che l’antigravitazione non è per tutti, ma per voi funziona, continuerete a filare incogniti nel mondo dell’arte di vivere, sopra i meschini calcoli della borghesia e delle multinazionali.
Giuseppe Lippi
Secondo me, in Italia si pubblica poca hard science fiction. Il guaio è che mi piace tantissimo: la considero “The Very Best Fantascienza”. E come me sono certo che la amano moltissimi appassionati di fantascienza italiani. Perché allora gli editori sono così restii a scegliere e far tradurre opere di questo tipo? Com’è possibile che restino ancora inediti così tanti lavori di Larry Niven o Ben Bova o Poul Anderson o Hal Clement? Quando lo chiedo, mi sento rispondere che la maggior parte del pubblico non apprezza la hard science fiction, o perché non la capisce e la trova difficile o perché la rifiuta in quanto “fredda” e poco “avventurosa”.
Difficile? Può darsi. Qualche nozione scientifica bisogna pur averla, per comprendere certi passi di un romanzo di hard SF, ma non esageriamo. Lasciate che vi citi cinque nomi di autori (a proposito: sono già cinque ottime ragioni per amare questo particolare tipo di fantascienza…)
- Isaac ASIMOV
- Robert HEINLEIN
- Arthur CLARKE
- Larry NIVEN
- Michael CRICHTON
Trovate davvero che questi autori siano difficili da leggere? O che le loro opere siano state fredde e poco interessanti? Come direbbe il compianto Totò: “ma mi faccia il piacere!”. Tutti quei cinque scrittori hanno scritto ottime opere di fantascienza hard. Tutti hanno venduto milioni di copie dei loro libri e sono stati tradotti in tutte le principali lingue del mondo. Non mi pare che abbiano avuto problemi a far comprendere i concetti espressi nei loro romanzi, o che la gente non si sia divertita a leggerli. Direi al contrario che sono stati tra i più letti e amati. Sono stati in alcuni casi dei veri bestsellers e quasi sempre dei long-sellers, continuamente ristampati dopo quaranta o cinquant’anni dalla loro prima edizione. Il compianto Isaac Asimov suggeriva di tradurre “hard” (che in inglese assume diverse sfumature di significato a seconda del contesto) non come “dura” o “difficile” ma come “rigorosa”: nel senso che questo tipo di SF parte da concetti al passo con le frontiere della scienza (a volte si spinge un poco più in là) e si mantiene rigorosamente aderente e consequenziale alle premesse (ma senza esagerare). Mi sembra una buona definizione, da meditare e divulgare.
Temo che i motivi che spingono gli editori ad accusare la hard science fiction di essere fredda e difficile siano di natura ben differente. Ora, come iscritto alla World SF dovrei sentirmi un addetto ai lavori, ma in realtà sono uno scrittore dilettante e vi confesso che di meccanismi dell’editoria capisco ben poco. Non essendo un esperto di cose editoriali, posso solo suggerire alcune motivazioni, sperando di non dire troppe fesserie. Intanto, vi offro due motivi che hanno poco a che vedere con le idee o i contenuti o la leggibilità di un’opera e dipendono soltanto da Sua Maestà il Budget, contro il quale si può fare ben poco:
- Difficoltà di traduzione: i buoni traduttori costano, mentre quelli non tanto bravi sono messi in difficoltà da termini scientifici anche banali [esempio: quante volte mi è toccato vedere tradotto “nitrogenum” come “nitrogeno” anziché “azoto”!]
- Costo dei diritti: gli autori famosi in America costano molto di più in termini di royalties di quanto un editore italiano possa sperare di guadagnare dalla loro pubblicazione [esempi classici: la mancata traduzione della conclusione di cicli come Dune di Herbert o The Smoke Ring di Niven]
- A questi motivi economici (più che legittimi, ahimè) spesso si aggiunge lo scarso interesse per la scienza da parte di alcuni “editor” che devono selezionare le opere da pubblicare, forse perché legati a una formazione culturale classica/umanistica o più amanti del fantastico puro/fantasy/horror che della fantascienza vera e propria
A coloro che parlano male del mio genere preferito, suggerisco cinque buone di ragioni per cui dovrebbero rivedere le loro opinioni (se non altro per rispetto verso i lettori). Offro cinque parole d’ordine:
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Divulgazione – la SF hard aiuta a rendere comprensibili e popolari i concetti espressi dagli scienziati – certe pagine di Asimov o di Hal Clement sono utili per capire la fisica e la chimica più di un testo del liceo.
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Estrapolazione – la hard SF cerca di vedere un po’ più avanti degli attuali confini della conoscenza, spingendosi qualche passo più in là, nel regno delle possibilità non ancora realizzate, dove gli scienziati non osano ancora spingersi in mancanza di prove certe – e spesso si è già verificato il caso che lo scrittore di SF avesse ragione e la scienza confermasse le sue ipotesi.
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Anticipazione – la SF cerca di capire come sarà il futuro e nel fare queste previsioni si serve di vari strumenti; oltre a quelli di normale amministrazione per qualunque scrittore (storici, sociali, politici, letterari, satirici) la SF utilizza anche il progresso della scienza e della tecnica, dandoci così un quadro più ampio e completo – non è profezia, in alcun modo, ma sovente riesce ad anticipare il futuro nelle sue linee generali e anche quando sbaglia, è comunque da ammirare per il tentativo.
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Educazione – la funzione educativa di queste storie viene spesso ignorata a livello di critica letteraria, eppure ha avuto un ruolo fondamentale – per esempio, la hard SF tende a preparare le nuove generazioni all’impatto con il progresso e le sue sfide (pensate a Heinlein e a come i suoi romanzi per ragazzi hanno abituato una intera generazione di americani a pensare allo spazio come un posto dove viaggiare e dove vivere, oppure pensate a William Gibson e Bruce Sterling e come hanno aiutato a comprendere e affrontare l’impatto con la diffusione dell’informatica); fondamentale è il ruolo educativo di quelle opere che portano il lettore a identificarsi con il diverso/l’alieno (pensate alla Le Guin e a “La mano sinistra delle tenebre”, ma anche a tanti romanzi di Gordon Dickson, Jack Vance e Poul Anderson e alle loro accurate e credibili raffigurazione di razze diverse da noi fisicamente e culturalmente).
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Ideazione – a volte la SF ha ispirato e stimolato gli scienziati: pensate ai robot di Asimov, ai satelliti geosincroni di Clarke, ai “logici” di Murray Leinster. Infine, tanto per ribadire il concetto che non occorre grande cultura scientifica per costruire una buona storia di fantascienza hard: ci avevate mai riflettuto sul fatto che “Uccello da guardia” di Robert Sheckley è la perfetta descrizione di un moderno drone?
Franco Piccinini
Leggere è importante. Credo che nessuno di coloro che abbia iniziato a scorrere questo articoletto sia in disaccordo con tale affermazione. Ma qui non stiamo a discutere dell’amare la lettura, né dell’amare la lettura di libri: parliamo della lettura di libri stampati, in un sottinteso raffronto con la lettura di libri elettronici.
Mi occupo di libri elettronici fin dall’inizio del 1991, e allora ne avevo preparati un paio. Dal mio capiente archivio vi riporto questo stralcio di una lettera (cartacea, con accluso francobollo per la risposta, come si usava), da me scritta in data 16 ottobre 1991 e indirizzata a una casa editrice. Dopo aver ordinato alcuni volumi, proseguivo con: “Non sarebbe possibile fornire, oltre al libro, anche un floppy contenente il libro in traduzione e nel testo originale? Comprimendo i file il tutto dovrebbe stare su un floppy da 720Kb (costo per copia circa Lit. 700). O ci sono problemi di diritti d’autore?”. E allora, perché la stampa?
Anche mangiare è importante. Potremmo assumere le sostanze nutritive con pillole anonime e fluidi… ma volete mettere il gusto di una bella amatriciana? Ecco, questo è il motivo principale per amare il libro stampato: un libro non è soltanto una raccolta di informazioni. È un oggetto fisico, con tutto quello che ne consegue. I motivi per amare un libro stampato, da una piccola inchiesta condotta in famiglia, sono più di cinque: ognuno ha i suoi. Eccovi di seguito i miei cinque principali.
1) Ho qui migliaia di titoli in elettronico; ne ho letti pochi, e non so neppure quali siano. Ho qui anche migliaia di titoli a stampa: ne ho letti un po’ di più, ma soprattutto so dove sono. Anche il contatto fisico con l’oggetto-libro ha la sua importanza, e non sto parlando del famoso “profumo della carta”. Mi piace vederli, anche quando sono disposti in detestabili triple file: gli scaffali colmi di libri sono belli. Anche sfogliarli fisicamente, tattilmente, ha la sua importanza. E quando poi passiamo ai libri un po’ più stagionati, diciamo dell’Ottocento, la carta cambia. Ha una consistenza diversa da quella odierna. Anche questo fa parte del piacere di un libro.
2) Ci sono poi i motivi psicologici che mi fanno preferire un oggetto-libro a un altro. Ogni libro ha la sua storia. Questo l’ho comprato alla fiera di Sinigaglia e ha le note di chi l’aveva tradotto per I Romanzi del Cosmo, questo l’ho trovato a un remainder di Riccione e me lo sono finito in spiaggia, questo lo vedevo sugli scaffali di mio papà quando avevo tre anni… che paura quella copertina!, su questo ho rovesciato del caffè mentre ne leggevo l’indice sul tavolo della sala, guarda lì quella brutta macchia… potrei continuare con altre migliaia di esempi. Letteralmente. E la soddisfazione di veder saltar fuori da un’edizione di Virgilio del Settecento gli appunti, su carta dell’epoca, presi da qualcuno sull’Eneide? Ribadisco, i libri hanno una storia!
3) Potete farvi autografare un libro stampato o, meglio ancora, riuscire a ottenere una dedica. E non ditemi che così non è più “come nuovo”. Poi, anche gli scarabocchi hanno il loro fascino. Conservo gelosamente i miei scarabocchi di quando avevo due o tre anni su qualche Urania dell’epoca, e mio figlio più o meno alla stessa età ha giustamente scarabocchiato un paio di Galassia che stavano su uno scaffale basso, proseguendo così la tradizione di famiglia.
4) E che dire del piacere (infantile, lo ammetto) di collezionarli? Non potete fare lo stesso con un cumulo di bit. “Questo è raro (ve lo vedete un file raro?), guarda che bello questo che dopo ottant’anni sembra ancora nuovo (ve lo vedete un file nuovo?), questo sono riuscito a trovarlo dopo tre anni che gli davo la caccia…”. Ma soprattutto, anche se lo pensate soltanto, questo io ce l’ho e tu no… Ne consegue anche il piacere di dare la caccia ai libri usati rovistando in polverose bancarelle. Non mi dite che cercare in qualche directory è lo stesso, perché non ci credo.
5) E poi, a meno che non abbiate problemi alla vista, non avete problemi di formato o di interfaccia. Leggo ancora tranquillamente una pagina d’un libro d’ore, antico “libro di preghiera” scritto nel 1265, o libri dal Seicento in poi, con l’unico inconveniente di qualche forma un po’ strana ogni tanto; ma è tutto lì, immutabile (i file lo sono?) e sempre fruibile con un’interfaccia a costo zero. Ho parlato all’inizio della lettera del 1991 che ho archiviato. L’avevo scritta al computer, come avevo scritto al computer la mia tesi di laurea. Il formato del file non è praticamente più leggibile, si recupera giusto il testo con un editor esadecimale… se voglio leggere ancora la mia tesi di laurea prendo la copia stampata.
Vedo però che le cinque ragioni sono finite, così come sono finite le parole a mia disposizione, senza neanche aver avuto bisogno di rimarcare che con i libri stampati posso costruire una bella pigna e usarla come scalino per raggiungere la bottiglia di grappa là in alto…
Luigi Petruzzelli
Amare il fantastico non è un obbligo ma una scelta personale benché istintiva e solo apparentemente in piena indipendenza e razionalità, insomma una sorta di affinità elettiva. Se si è disposti a seguirla le vie per farlo sono infinite poiché anche situazioni apparentemente banali possono esser fatte proprie con intensità che va da tiepida accoglienza a necessità sine qua non. Per esempio, quando mi trovo in montagna, osservo certe nuvole bianche e dense che sembrano fatte di una misteriosa materia solidissima e mosse da un’energia altrettanto misteriosa, e nella loro continua trasformazione individuo legioni di realtà stravolte in una sorta di seduta psicanalitica davanti a gigantesche macchie volanti di Rorschach. Ecco, questa possibilità di guardare alle cose del mondo anche in chiave non realistica è la ragione prima che fa amare il fantastico fino a renderlo necessario, però si deve aiutare la molla che spinge a individuarlo altrimenti la cosa rimane una semplice dichiarazione d’intenti.
Un’altra ragione per amare il fantastico può essere la volontà di contribuire a raddrizzare la tendenza culturale del nostro Paese. Dalla storia della letteratura apprendiamo, per quanto riguarda la modernità, che il fantastico si tende a farlo partire, un po’ forzatamente, dal capitolo “maledetto” della Scapigliatura con Tarchetti per poi proseguire con Savinio, Pirandello e pochi altri, e comunque si tratta quasi sempre di opere isolate. Più avanti, i nomi che rappresentano “ufficialmente” il fantastico, oltre al fenomeno altrettanto stiracchiato del Futurismo, si allargano ben poco oltre Buzzati e Calvino. In altre occasioni ho avuto modo di sottolineare come la nostra letteratura sia passata attraverso vari periodi, dal Romanticismo al Realismo, dal Crepuscolarismo all’Ermetismo, al Simbolismo eccetera ma non c’è stata la stessa “ufficialità” per un -ismo che abbia dato corpo e sostanza a un movimento letterario del fantastico, compreso quel fantastico a base scientifica che potrebbe rappresentare benissimo il momento storico in cui il mondo sta vivendo con la globalizzazione e che si scontra con le radici culturali di ogni popolo. Ritengo che oggi un fantastico di questo tipo potrebbe essere molto più rappresentativo e valido, tanto per fare un esempio, di un Belmoro di Corrado Alvaro. Quindi coraggio, cerchiamo di dare spessore a questa corrente letteraria, il materiale su cui speculare c’è.
Questa seconda ragione per dare sfogo alla “necessità” di fantastico che può trovarsi in noi, si collega a quella derivata dalla legge italiana del Tafazzi: esaltare tutto ciò che viene da oltre confine e rifiutare validità nostrali. E allora, chi possiede le chiavi giuste per aprire varchi in dimensioni che a molti sono invisibili o invalicabili, perché non dovrebbe usarle per contribuire a cancellare il tafazzismo magari con un fantastico collegato alla scienza applicata che, continuamente in progress, apre scenari di meraviglie e turbamenti di enorme spessore? Vediamo che, per rimanere all’oggi, nel giro di qualche mese c’è stata la tanto attesa scoperta del bosone di Higgs, poi la registrazione delle onde gravitazionali prodotte dal Big Bang a conferma sia della teoria cosmologica dell’inflazione che della connessione tra meccanica quantistica e gravità prevista da Einstein con la sua teoria della Relatività Generale, quindi la scoperta di Kepler-186f, pianeta simile alla Terra nella costellazione del Cigno. Questi accadimenti sono adesso ulteriori piattaforme concrete seppur sconcertanti che permettono alla fantasia di partire. Ciò malgrado vediamo che la sordità ufficiale è inguaribile. Constatavo in un libro sulla letteratura moderna edito da Mondadori/Electa che su 159 nomi di scrittori dal Crepuscolarismo alla contemporaneità non c’è un solo autore di fantascienza, e vengono elencati 13 movimenti letterari ma il fantastico non viene menzionato. Ecco quindi un’ulteriore ragione per non diminuire gli sforzi di coloro che sentono la “necessità” di esternare il fantastico che è in loro, sperando (ma non è un obbligo) che l’attenzione dei nostri ineffabili critici “ufficiali” verso la cultura fantastica nazionale si svegli dal letargo.
Un suggerimento che potrebbe essere una quarta ragione per servirsi degli strumenti del fantastico è usare sì la politica ma tenersi al largo dal pamphlet. Per dire certe cose il fantastico è stato sempre un medium straordinario (basta vedere la società orwelliana di 1984). Quindi, se si sente la “necessità” di entrare in certi campi minati, meglio lasciare al lettore di lavorare col bilancino, se proprio lo vuole, per incasellare interpretazioni politiche a piacere. In Italia, oltre all’esterofilia, c’è la tendenza a dare colore politico anche agli starnuti (ricordate il tormentone se la Nutella è di destra o di sinistra?). D’accordo, è passato il tempo quando un lettore di Tolkien veniva considerato fascista, però…
Un’ultima ma non ultima ragione la vedo nel pescare nell’enorme patrimonio di usi, costumi, storie, miti e leggende che il nostro Paese possiede. Permettetemi una piccola parentesi personale: io sono nato a Venezia la cui nascita storico-leggendaria risale all’anno del Signore 421. La fràglia dei pestrinieri al tempo della Serenissima Repubblica era formata da coloro che vendevano latte e prodotti caseari e ancora oggi ci sono cinque calli, un campiello, una corte e un ramo detti “del pestrin”. Perché dico questo? Perché l’Italia è piena di luoghi al confine tra storia e leggenda, realtà urbane al di fuori degli attuali schemi urbani, e sappiamo come una politica assurda li stia distruggendo. Ecco, prima che le meraviglie del nostro Paese vengano omologate del tutto da una filosofia di vita che non appartiene al nostro DNA, quella famosa “necessità” potrebbe avere un vasto campo d’azione sapendola indirizzare bene nell’ossimoro delle realtà fantastiche.
Renato Pestriniero
Ah, il profumo della cellulosa. Ah, la rugosità della carta. Ah, il fruscio inimitabile della pagina che gira. Ah, il fascino di una libreria con le costine dei volumi che riempiono la parete. Prova a fare un’orecchia a un ebook se ci riesci. O a usarlo per fermare una porta o schiacciare una mosca.
Argomenti sacrosanti a favore del libro cartaceo, contro i quali l’ebook non potrà mai competere.
Poi c’è chi i libri li acquista per farne un uso un po’ particolare: non li odora, non li palpeggia, non li ascolta e nemmeno li lancia contro fastidiosi ditteri. Li legge.
Molte di queste persone dalle strane abitudini hanno scoperto che, nonostante il loro amore per l’oggetto libro non fosse diminuito, leggere libri elettronici presentava molteplici vantaggi.
Se state pensando alla famosa “interattività”, a libri con dentro film o rumori, smettete subito. I libri sono libri. Testo da leggere. Se sono interattivi possono essere belli e interessanti ma sono altro. I vantaggi sono ben più concreti.
1. Gli ebook fanno bene alla salute
Se leggete e leggete molto, quando andate in viaggio un posto in valigia lo riservate certamente per un libro o due. Se andate in vacanza qualche settimana i libri saranno certamente di più. Sarà bello vedere le sgargianti copertine allineate in valigia, ma quando la valigia sarà chiusa e dovrete trascinarvela dietro la schiena comincerà a lamentarsi. Il lettore di ebook si mette in valigia il suo reader con dentro tutta la sua biblioteca in trecento grammi: non perde neanche tempo a scegliere cosa portarsi dietro, lo sceglierà con calma bello rilassato sulla sdraio.
E vogliamo dire qualcosa di quei bei mallopponi fantasy da duemila pagine che pesano un chilo e mezzo e non riuscite nemmeno a tenerli in mano? In versione ebook diventano magicamente leggeri. Be’, leggeri: è pur sempre fantasy. Ma ci siamo capiti.
2. Gli ebook fanno bene alla vista
Un proverbio rumeno dice che dopo i quarant’anni se non vi svegliate alla mattina con un nuovo acciacco vuol dire che siete morti. Un acciacco che è difficile evitare è l’irrigidimento del cristallino che vi renderà più difficile mettere a fuoco le cose piccole – come i caratteri di un libro – da vicino, senza appositi occhiali.
Il lettore di ebook non si scompone. Clicca il menu, aumenta la grandezza dei caratteri e continua a leggere tranquillamente senza sforzare la vista. C’è buio? Non ha bisogno di sforzare la vista, l’ebook è retroilluminato. Non deve neanche accendere la luce. Anzi, ama leggere a letto a luce spenta fino a tardi senza disturbare la moglie che dorme.
3. Gli ebook fanno bene al portafoglio
Un lettore forte quando vede un libro lo vuole acquistare. Oggi i libri restano esposti due o tre mesi, poi comincia a diventare difficile trovarli. Gli ebook non si esauriscono mai: che vendano dieci copie o dieci milioni, nella libreria preferita del lettore di ebook una copia per lui c’è sempre. E costa poco: rispetto al libro stampato risparmia quasi sempre almeno la metà del prezzo, ma sapendo cogliere le occasioni, e ce n’è spesso, anche di meno. Per esempio di recente si è fatto un’abbuffata di libri di Philip Dick a 1,99 euro l’uno.
E la casa è più grande. Non c’è bisogno di comprare una nuova libreria per riporvi gli ultimi duecento volumi acquistati: tutt’al più magari una chiavetta USB da pochi euro.
E non solo. Il lettore di ebook ama leggere i classici, e si è creato una propria biblioteca di migliaia di titoli: quanto ha speso? Nemmeno un euro. Perché ci sono innumerevoli libri fuori diritti che può scaricare da internet, del tutto legalmente, senza spendere nulla.
4. Gli ebook non fanno aspettare
Se per qualche motivo avete bisogno di un libro, per una ricerca o per altri motivi, anche semplicemente perché avete letto una recensione e vi ha incuriosito, dovete uscire di casa e cercarlo in una libreria; o collegarvi ad Amazon e ordinarlo. Il lettore di ebook va sul suo negozio di ebook preferito (generalmente www.delosstore.it, ma può essere anche un altro), clicca e dopo un secondo sta già leggendo il suo ebook. Il giorno dopo il lettore di ebook va dal barbiere ma scopre, ahimè, che deve attendere il suo turno. Allora tira fuori dalla tasca il suo smartphone, si scarica nuovamente il libro che ha comprato il giorno prima (può farlo gratis quante volte vuole) e mette a frutto il tempo d’attesa riprendendo la lettura. E se sta leggendo un libro pornografico o, peggio, un libro di fantascienza, nessuno se può accorgere perché non c’è una copertina da sbirciare.
5. Gli ebook salvano il pianeta
Lo sapete, vero, che per ogni libro cartaceo che acquistate è stato abbattuto un albero? Ok, magari non un intero albero per libro – a meno che non sia un malloppone fantasy – ma ammettiamolo, coi libri che avete in casa una piccola foresta sulla coscienza ce l’avete di certo.
Il lettore di ebook salva il mondo. Nessuna foresta viene abbattuta per fargli leggere i suoi libri. Consuma solo un pochino di elettricità – neanche tanta. Moltiplicatelo per quelle venti o trenta persone in Italia che leggono libri e per tutte quelle che leggono nel mondo, e trasformerete Arrakis in Pandora. O giù di lì.
Silvio Sosio (S*)
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