Archivi

Quota sociale annuale e donazioni

La quota sociale è di € 15,00 mentre e' possibile fare una libera donazione all'Associazione per meglio sostenere la sua attività. Cliccare qui per informazioni su come effettuare il versamento

Giuseppe Festino, maestro delle illustrazioni

Giuseppe FestinoIn campo fantascientifico tutti conoscono il maestro Giuseppe Festino come uno dei principali illustratori italiani con una lunghissima esperienza avviata da autodidatta attraverso le fanzine, per proseguire con Robot e Urania. Ma per la sua bravura artistica il Nostro è stato chiamato a collaborare con settori che vanno al di là della sf a partire dalla Disney e poi con importanti riviste tra cui Confidenze, TV Sorrisi e Canzoni, Playboy. Il maestro Festino è nato a Castellamare di Stabia (Napoli), ma sin da piccolo ha vissuto con la famiglia in Piemonte (prima a Pallanza e dopo a Domodossola). Negli anni Sessanta si trasferisce a Milano dove avvia il prolifico percorso artistico mettendo al contempo su famiglia. Sua moglie Francaluisa è purtroppo mancata nel 2014. Suo figlio, Federico, che vive in Danimarca da una ventina di anni, gli ha regalato due nipoti, Francesca e Nicolas. Nutre una forte passione per la fotografia e oltre ad aver girato in lungo e in largo il Bel Paese ricorda i viaggi in Gran Bretagna, in Francia e Spagna. Ascolta dal loro esordio i Beatles, legge di tutto, con predilezione per la sf e per i testi scientifici. Sue opere fanno parte di collezioni private in Italia e all’estero. Attualmente vive con una nuova compagna, Tania, “che – ci riferisce il maestro campano con orgoglio – apprezza enormemente il mio lavoro”.

Sin da ragazzo ti dedichi alla fantascienza. Per un disegnatore immaginiamo che l’incontro sia avvenuto attraverso i fumetti o il cinema…
Frugando nei ricordi, devo constatare che il mio interesse per la sf è iniziato senza che nemmeno me ne accorgessi, direi a piccoli passi. Cinema e fumetto la fecero chiaramente da padroni, attraverso la suggestione di “Ultimatum alla Terra” e di una storia disegnata a fumetti che raccontava di dischi volanti, di cui non ricordo né il titolo né l’editore. Solo che i velivoli alieni catturavano gli aerei in volo mediante strumenti magnetici.

E con i libri, invece, che rapporto avevi?
La lettura di testi specifici venne in secondo momento, con la pubblicazione di Urania e degli omonimi romanzi. Un vicino di casa me ne regalò un paio e, grazie alle copertine, fu amore a prima vista. Il classico colpo di fulmine. Solo in seguito mi resi conto che ero stato conquistato dall’arte di Kurt Caesar (1906-1974) già da prima, senza avvedermene, osservando nelle edicole di allora le copertine de ”Il Vittorioso”. Ma prima che mi capitasse di avere tra le mani un numero di questi, doveva passare qualche altro anno. Fu in quel periodo che scoprii che Caesar realizzava anche storie a fumetti, spesso e volentieri di fantascienza. Nel frattempo, dopo aver intrapreso un lavoro di rifacimento di alcune copertine uraniane, cominciai a collezionarne i fascicoli, acquistandoli a prezzo dimezzato nell’unica bancarella cittadina.

Come hai cominciato a disegnare? Cosa e con quali materiali?
Credo che l’interesse per il segno nacque precocemente, quando mia madre mi tolse dalle mani un paio di forbici (con le quali stavo distruggendo una delle scarpette di stoffa che mi aveva confezionato con tanta pazienza) per sostituirle con una matita e un foglio. Così, da sarto mancato, il mio vissuto futuro prese tutt’altra direzione. In seguito fu la volta di qualche pastello e di una scatoletta di acquarelli.

Cosa attirava la tua attenzione?
Soprattutto le belle cose di cui mi vedevo circondato: paesaggi, animali e piante, le illustrazioni che scoprivo sui libri delle elementari e quelle in copertina, alle pubblicazioni di quel periodo, esposte nel chiosco di giornali che incontravo sul percorso tra casa e scuola.

In che modo si sono evolute le tue tecniche e quali materiali hai sperimentato?
Sono cose che un autodidatta alle prime armi in genere non prende in considerazione, se pure ne ha sentito parlare. Come credo facciano un po’ tutti, dapprincipio seguivo semplicemente i miei impulsi, tentando di replicare ciò che mi colpiva. Spesso sperimentando chine e inchiostri, passando dai colori a olio alle tempere.

Ma c’è stato un soggetto che ti ha ispirato particolarmente?
L’esempio più eclatante che mi viene in mente, come ho già avuto modo di raccontare più volte a proposito di soggetti stimolanti, fu l’idea di copiare la copertina del romanzo di Eric North “Deserto dei mostri”, quasi un’autentica necessità perché quel numero di Urania mi era stato prestato e io volevo conservare l’immagine suggestiva realizzata da Caesar per il romanzo. Durante il mio curiosare tra libri illustrati e mercati ambulanti, mi capitava di imbattermi in soggetti insoliti e raffigurazioni di particolare interesse, e questo spesso mi spingeva a tentativi di emulazione. Ma fu il rifacimento grezzo e approssimativo del lavoro caesariano, dovuto alle mie acerbe capacità, quello che rappresentò un’autentica palestra per la mia attività professionale, scelta senza esitazione da svolgere a Milano, centro dell’editoria nazionale. Chi lo avrebbe immaginato, in quegli anni lontani?

E dal punto di vista delle illustrazioni pubblicate quando e con chi hai iniziato?
Diversamente da oggi, con le difficoltà che si possono incontrare, a Vox Futura Milano trovai alloggio e lavoro nel giro di una settimana. Mi rassegnai ad attendere tempi migliori per arrivare a inserirmi nel ristretto ambito che si occupava di science fiction, accettando di realizzare ogni genere di illustrazione che mi venisse richiesta. Erano pur sempre collaborazioni ben compensate e mi permettevano di affrontare i soggetti più diversi. Non perdevo occasione di mostrare quanto facevo per mia soddisfazione personale nel settore del fantastico, e fu in una di queste – una rassegna cinematografica di vecchie pellicole fantascientifiche – che un giovane autore, Angelo de Ceglie, mi chiese di realizzare la copertina per la sua prima fanzine, “Vox futura”.

Come sei giunto a illustrare le copertine di Robot e Urania?
Vittorio Curtoni, che da Piacenza raggiungeva il capoluogo lombardo per dirigere la sua giovane Robot, mi scrisse successivamente che gli era piaciuto il mio bianco-nero per quell’antologia amatoriale, proponendomi di occuparmi delle illustrazioni interne per Robot. Urania sarebbe venuta in seguito.

Allora partiamo da Robot. Ci puoi raccontare la tua esperienza in merito? In che anno intraprendesti la collaborazione?
Robot Approdai a Robot nel 1976. Ricordo che partecipai alla convention di Ferrara (SFIR) quello stesso anno, mentre il numero che conteneva le mie prime illustrazioni interne era ancora in fase di stampa. Per tutti i partecipanti, a parte Curtoni, ero un perfetto sconosciuto. Quello che avevo portato con me da mostrare, però, rimediò in breve all’inconveniente. Mi venne in aiuto anche l’attenzione che Theodore Sturgeon mostrò per la mia produzione, suscitando l’interesse generale. I miei disegni apparvero sul numero 5 di Robot, mentre per quello successivo, dedicato a “L’uomo che vendette la Luna” di Heinlein, mi venne chiesto di realizzarne anche la copertina. Di lì a poco, a parte qualcuna, divennero di mio appannaggio, insieme a quelle per le collane I libri di Robot e I libri della paura. La collaborazione a queste ultime mi valse l’attenzione di Oreste del Buono, ai tempi direttore del Giallo Mondadori.

Quali considerazioni fece Oreste Del Buono sui tuoi disegni?
Aveva preparato una recensione positiva sulla collana in oggetto e sul mio operato per un numero dell’edizione italiana di Playboy, convocandomi successivamente per chiedermi di realizzare la copertina per la ripubblicazione di “Psycho” che veniva proposta insieme alla novità del seguito, “Psycho 2”. Dopo tanti anni dai miei primi contatti con la Casa editrice, avvenuti quand’ero diciottenne, mi parve di buon auspicio che fosse questa a commissionarmi un lavoro.

Come proseguì il tuo percorso da disegnatore?
Quando Robot cessò la pubblicazione, subentrando per meno di un Urania anno Aliens, avevo già avuto modo di farmi conoscere oltre confine, partecipando alla convention mondiale tenutasi a Brighton nel 1978. Avevo iniziato a collaborare alla collana fantascientifica della Heyne Verlag, con sede a Monaco di Baviera, che annoverava tra i suoi copertinisti Karel Thole. A me vennero affidati i bianco-nero interni scelti in completa autonomia da un programma semestrale. Di tanto in tanto mi affidavano anche qualche copertina. Lavoravo pur sempre nel settore, ma questo non mi gratificava appieno, anche se illustravo romanzi di notissimi autori anglosassoni. Poi accadde che Thole manifestasse seri problemi alla vista e per sopperire alle necessità redazionali mi scelsero per sostituirlo. Marzio Tosello, conosciuto il giorno stesso del mio incontro con del Buono, affiancava Andreina Negretti in redazione a Urania. Lui, però, pur essendo entrati in rapporti di amicizia, non poteva favorirmi. Lo fecero gli stessi Fruttero e Lucentini, scegliendomi fra coloro che avevano sostenuto l’esame di ammissione. Con il loro allontanamento, purtroppo, nuove politiche redazionali ebbero la meglio. Venni tenuto in caldo per altre necessità che si limitavano alla sezione varietà della pubblicazione, e sostituii in un caso il pur eccellente Oscar Chichoni, addirittura.

Altra esperienza importante è stata quella con la Disney.
Le mie esperienze disneyane risalgono al periodo in cui, giovincello di belle speranze, cercavo di non perdermi nemmeno una proiezione dei film animati che arrivavano nella sala cinematografica locale dove i ragazzi trovavano pellicole adatte a loro: il Filodrammatici. Ancora una volta, pur di rimanere in possesso delle immagini che mi avevano colpito di più, arrivavo a copiare diligentemente qualche manifesto esposto al pubblico del cartone in programma, replicandolo in bella copia a casa e colorandolo seguendo le indicazioni – la sigla delle tinte – aggiunte al mio schizzo. Questa predilezione mi tornò utile quando mi chiesero di produrre una serie di albi dedicati a ciascun lungometraggio animato realizzato dalla Disney. Il lavoro mi tenne occupato negli anni precedenti al mio approdo a Robot, ricostruendo in otto scene la storia di ciascuna pellicola. Il tutto destinato ai più giovani attraverso la possibilità di completare le collezioni di autoadesivi, tanto in voga in quel periodo. Per mia fortuna, pur non essendo interessato al fumetto più che tanto, quello per i personaggi disneyani mi aiutò a non disdegnare affatto l’incarico.

Inoltre, fra le riviste di successo in Italia hai lavorato con Confidenze, TV Sorrisi e Canzoni e Playboy versione italiana. Ma sei anche ritrattista a chi hai effigiato?
ll fatto di illustrare fantascienza mi dava modo di lavorare ai soggetti più diversi. Non c’era argomento che non mi sentissi in grado di affrontare. La sf non mi permetteva da sola a mettere insieme il necessario per tirare avanti decentemente; pertanto, accettare incarichi artistici di tutt’altro genere diventava indispensabile. Del resto, mi interessava mettere insieme altre esperienze per aumentare il mio bagaglio professionale. Cosa che feci con Epoca, Confidenze, Zerouno, TV Sorrisi e Canzoni, Playboy e, non ultime, Bell’Italia e Bell’Europa. Mi dedicai alla ritrattistica per soddisfare svariate richieste provenienti da Il Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania, nonché da alcune pubblicazioni di carattere economico e politico. Ma preferivo decisamente effigiare scrittori e disegnatori piuttosto che personaggi legati al mondo della finanza e alle istituzioni governative.

Hai mai pensato di realizzare una galleria o un’esposizione permanente sulla tua arte, magari nella tua città di nascita Castellamare di Stabia?
Tavola Posso dire che qualche richiesta proveniente dalla mia città natale l’ho ricevuta, ma non credo che il mio nome sia sufficientemente noto da meritare qualcosa di più di una temporanea esposizione artistica. Quando queste mi vengono proposte vi aderisco volentieri, ma a Castellammare di Stabia nessuno deve averci pensato. Io, poi, non ho i contatti giusti per caldeggiare iniziative di questo tipo. Preferisco che ci pensino gli altri.

Tornando a Caesar avevi un progetto che stavi elaborando a che punto è giunto?
L’ho praticamente terminato. Ci tengo molto. E’ un volume sul lavoro di Caesar per le copertine di Urania mandate al macero agli inizi degli anni ’60, delle quali solo sei o sette sono scampate alla distruzione. Forte dell’esperienza giovanile di rifacimento delle medesime, ma con una vita di pratica artistica alle spalle, da più di dieci anni a questa parte mi sono accinto a replicarle una ad una, ricostruendo anche le parti nascoste dal tassello che reca il prezzo e la data di pubblicazione, restituendole alla loro interezza.

Ci sono delle informazioni accanto ai disegni?
Di ciascuna ho anche raccontato, con le relative referenze nella maggior parte dei casi, l’opera di ricerca e documentazione svolta dall’artista, aggiungendo l’immagine delle copertine originali dei romanzi che Giorgio Monicelli inviava all’illustratore. L’opera avrebbe dovuto vedere la luce quest’anno, ma ci si è messa di mezzo la pandemia, rallentando o eliminando perfino quanto avevo messo in moto per portare a conclusione il progetto. Chissà quando questi impedimenti smetteranno di intralciare qualcosa che non è mai stato realizzato e che sicuramente ha tutti i numeri per gratificare ogni appassionato. Questa mia ambizione aspetta con pazienza il momento opportuno per trovare i giusti estimatori. Negli ultimi anni avevo iniziato a parlarne in giro, suscitando molta curiosità. Ma forse sono io ad essermi illuso. Comunque, alcuni dei potenziali sponsor hanno smesso di essere disponibili a causa della situazione sopravvenuta; altri non riesco più a contattarli. Spero che l’intervista possa muovere l’interesse di qualcuno che voglia darmi una mano a concretizzare il mio sogno.

Giriamo l’istanza del maestro Festino a quanti si occupano di editoria. Conoscendo la sua abilità e competenza in materia siamo convinti che l’opera meriti ogni attenzione!

Filippo Radogna

I commenti sono chiusi.