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L’impegno culturale di Loredana Pietrafesa

LoredanaDocente, poetessa, scrittrice, musicista, Loredana Pietrafesa, è una donna molto impegnata sotto l’aspetto culturale e sociale. Nata a Pesaro da genitori lucani, ha vissuto per molti anni a Potenza dove ha frequentato (e si è diplomata) prima al Liceo classico “Quinto Orazio Flacco” e dopo al Conservatorio “Gesualdo da Venosa”. A seguito del matrimonio con il nostro presidente, Donato Altomare, si è trasferita a Molfetta, in Puglia. Vincitrice di numerosi importanti premi letterari, con il thriller fantastico “Un Madrigale per morire” (Ed. Tabula Fati – 2015), dedicato al grande madrigalista del ‘500 Gesualdo da Venosa, ha vinto il Premio Italia 2016 nella categoria romanzo fantasy.

Ciao Loredana, la tua ultima silloge poetica, la nona Un madrigale per morire pubblicata, è intitolata “Come fiori nella pioggia (25 settimane)” (Ed. Tabula Fati) e in essa ci sono tante suggestioni che riguardano i ricordi, gli addii, i sogni perduti, il trascorrere incessante del tempo. Com’è cambiata la tua poesia negli anni?
Credo che la crescita e l’evoluzione siano un processo inevitabile e imprescindibile per chi scrive poesia. Non si può rimanere uguali a se stessi. I miei orizzonti contenutistici si sono certamente ampliati con il tempo, ma anche quando sono simili a quelli degli inizi è il ‘modo’ di esprimerli che è radicalmente mutato, ossia il ‘sound’, per usare un termine preso a prestito da un altro linguaggio.

Ma c’è più o meno rabbia, rispetto al passato nei tuoi versi?
Come fiori nella pioggia La rabbia della giovinezza si è fatta sicuramente più dolce, i toni agguerriti e taglienti si sono via via stemperati in una pacatezza che sa di maturità ed esperienza, non di resa o disincanto. Potrei dire che, pur nella continuità con le prove precedenti, mi sono via via incamminata verso una poesia capace di affrontare e approfondire i temi forti, senza tuttavia mai rinunciare all’autenticità, poiché sono convinta che la validità della poesia non può dipendere soltanto dalla novità del contenuto o da un linguaggio nuovo, ma soprattutto dalla capacità di cogliere i sentimenti nella loro universalità, cioè dalla capacità di rivelare un universo comune a ogni condizione umana, in cui tutti si possono riconoscere, identificare e ritrovare. E ciò al di là dei messaggi espressi.

Cosa rappresenta per te la poesia e come nasce?
La vera poesia nasce dopo un lungo lavoro di introspezione, di controllo e di ricerca, e termina nel momento esatto in cui la parola diviene il sentimento stesso, cioè quando esiste una piena corrispondenza dell’espressione al sentimento.

Chi è il poeta? Qual è il suo compito?
Ho sempre pensato che essere poeti significa farsi portavoce di messaggi interiori e riuscire a far parlare lo spirito affinché altri spiriti si destino e magari possano nascere nuovi poeti. Forse ciò è una specie di missione in questo nostro mondo dove troneggia indiscussa la demenzialità, dove la parola non ha più un senso, dove l’assenza di valori dilaga, dove spesso chi fa poesia è deriso. Non so se il compito del poeta e di ogni artista sia proprio quello di salvare questo mondo eternando la vera essenza del nostro esistere. Di una cosa però sono certa: il poeta ha la capacità di intravedere l’ ‘oltre’, cioè oltre i confini, oltre la precarietà del reale. Non a caso il linguaggio della vera poesia rimanda sempre a un ‘oltre’, suggerendo immagini e concetti che vanno al di là del significato stesso della parola. La poesia riesce a dare voce all’esistenza interiore, riesce a diventare linguaggio di un codice non solo verbale, cioè diventa comunicazione dell’incomunicabile. E mi piace fare mio un verso di Daniele Giancane, uno dei più importanti poeti del nostro tempo: “Ormai valuto la gente dalla vicinanza o meno alla poesia”. Credo che finché vivrà un solo poeta sulla terra, l’umanità, quella autentica, non potrà mai estinguersi, perché i poeti custodiscono l’essenza del nostro essere.

Nelle tue poesie o comunque nei tuoi racconti, sia mainstream sia di fantascienza oppure horror, metti spesso al centro la donna. Vuole essere una tua maniera di dare un contributo e fare una letteratura che abbia un valore civile?
Quando qualcuno mi domanda se la mia poesia è “impegnata” o Al di là della ferrovia “non impegnata”, io rispondo sempre che la vera arte è sempre impegnata e che non è detto che la poesia sia vera poesia soltanto quando contiene uno scoperto messaggio civile, sociale, ideologico o politico. Anzi, se ciò è programmato dall’autore, sarebbe solo un fatto strumentale, un’odiosa forzatura, e ci si allontanerebbe dalla natura stessa della poesia, cioè si ucciderebbe la poesia. Differente è il mio atteggiamento quando scrivo narrativa. Mi piace cimentarmi con i generi più vari, anche se lo faccio con uno spirito molto diverso da quello che ho quando scrivo poesia. Con meno ansia, e soprattutto senza sacrificare le notti per cercare un verso o una parola. E mi piace affrontare tematiche attuali, prima fra tutte quella della donna e della sua condizione nelle società di oggi e del passato. Ultimamente ho trattato spesso il tema del femminicidio. Scrivere di uomini che uccidono donne è un’operazione con forti risvolti sociali, è un impegno letterario su un problema tragico, con l’obiettivo di testimoniare e far riflettere. Non è stato facile per me, donna, parlare di un tema così doloroso, poiché a volte stentavo a tenere a freno il desiderio di vendetta o di giustizia che mi accomunava per solidarietà alle tante vittime.

Sei una musicista: c’è interazione con la tua poesia e la tua narrativa?
Loredana&Donato C’è un’interazione profonda e per me quasi istintiva, poiché sento questi due linguaggi estremamente affini. Esiste infatti un indissolubile legame tra di essi, un rapporto quasi magico, che si può riscontrare sin nelle più antiche civiltà umane. E non mi riferisco solo alle grandi correnti culturali di ogni epoca, che hanno accomunato nei caratteri e nelle mete ogni espressione artistica, o alle tante forme poetico-musicali fiorite in ogni tempo, nelle quali il rapporto tra parola e musica è veramente simbiotico. Mi riferisco soprattutto alla musicalità del verso e all’anima musicale delle parole, cioè agli effetti timbrici, ritmici e dinamici sempre presenti nella poesia. Tutti effetti che, appartenendo al mondo dei suoni, rientrano in quel linguaggio universale che prende appunto il nome di Musica e che non ha sempre bisogno di decodificazioni, in quanto valica i limiti della necessaria conoscenza della lingua. Non dobbiamo dimenticare che ogni lettera che forma una parola è essenzialmente un suono, quindi ogni parola, prima ancora che significato, è innanzitutto suono. Del resto secondo molti studiosi la musica ha avuto un’origine comune con il linguaggio. Ed io sono talmente sensibile al suono delle parole, che anche quando scrivo narrativa presto attenzione alla loro musicalità e al ritmo che scaturisce dalle loro infinite combinazioni.

Mentre, per quanto riguarda il lavoro di docente, sappiamo che quest’anno sei la responsabile del plesso nel quale insegni. Com’è la scuola oggi? La ritieni all’altezza del suo compito educativo? Come stai vivendo questo nuovo incarico?
Questo incarico lo sto vivendo con una certa ansia, poiché sono tante le difficoltà da affrontare quotidianamente. Tutto è diventato più complicato, e le tante riforme hanno soltanto contribuito a confondere le idee sia ai docenti che agli studenti. Alcune di esse erano a dir poco utopiche e sembravano più testi di filosofia dell’insegnamento che leggi sulla scuola. Ci invitano a progettare un mucchio di laboratori e progetti e poi alcune scuole non hanno né locali né strumenti o cadono a pezzi! Come si fa un laboratorio di Informatica se non ci sono computer o se quelli che si hanno in dotazione sono obsoleti? Certo, sulla carta tutto si può fare, ma tante volte restano soltanto chiacchiere, specialmente in scuole di confine, in scuole ‘povere’, per così dire. I diversi governi che si sono succeduti negli anni non hanno investito cospicue risorse nella scuola e nella cultura e i fondi elargiti sono stati sempre più esigui. Molto dipende anche dai dirigenti scolastici e dai docenti, ma sono davvero poche le scuole all’avanguardia, in grado di poter realizzare progetti eccellenti. Credo inoltre che, tutto sommato, la scuola stia perdendo di vista il suo più importante obiettivo: l’acquisizione del sapere. Ci stiamo pericolosamente avviando verso una scuola che non si fonda più sui contenuti. E i ragazzi di oggi, purtroppo, non leggono più, parlano e scrivono sempre peggio e sanno sempre meno.

Sempre rimanendo nel mondo della scuola, i ragazzi sono molto attratti dalla fantascienza cinematografica, meno da quella letteraria. Cosa potrebbe fare la scuola per contribuire a divulgare il genere letterario del fantastico?
Penso che i giovani abbiano oggi opportunità e prospettive migliori rispetto a quelle che abbiamo avuto noi, ma devono capire che la lettura resta lo strumento fondamentale per l’acquisizione di ogni sapere. Non può esserci conoscenza senza lettura. Spingere i giovani a leggere e a scrivere ormai è diventata una vera sfida all’era dei social e dei ‘perennemente connessi’, ma è importante non demordere e insistere. La scuola in questo senso può molto. Con progetti di lettura e di scrittura creativa, ad esempio, o proponendo frequenti incontri con autori. Io lo faccio sistematicamente nella mia scuola, e posso dire che qualche breccia riesco ad aprirla. E’ proprio in queste occasioni che si può offrire ai ragazzi la possibilità di spaziare tra tanti generi differenti, compreso il fantastico e la fantascienza. E posso affermare che, insieme all’horror, sono i generi letterari che i giovani prediligono e che li catturano di più.

Siamo certi, conoscendola, che la nostra Loredana dà il massimo per far crescere i propri allievi sia culturalmente sia come futuri cittadini consapevoli. Per cui non possiamo che incoraggiarla (se mai ce ne fosse bisogno) a proseguire nel suo lodevole impegno!

Filippo Radogna

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