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Francesco Grasso tra Sf, storia e umorismo

Francesco1rSpesso, erroneamente, si pensa agli scrittori come a gente compassata e distaccata, tutta presa dai propri pensieri e interessata solo a elaborare le proprie storie. Francesco Grasso non appartiene a questo stereotipo. Ingegnere di professione e narratore per vocazione, il cinquantenne messinese da anni vive con la famiglia nella capitale. Francesco pratica la scrittura con grande impegno, infatti è uno dei pochi in Italia ad aver vinto, peraltro ancora giovanissimo, due volte il “Premio Urania”. Ma il Nostro è anche molto ironico e disincantato e ciò gli deriva dal carattere affabile e scherzoso. Di tutto questo dà prova nelle risposte che fornisce alle nostre “seriose” domande. Buona lettura!

Sei uno scrittore poliedrico che ha pubblicato testi, anche di successo, che vanno dalla fantascienza alla storia, sino alla narrativa satirica e umoristica. Da dove deriva la tua vena creativa?
Mah, se con “poliedrico” intendi che sono affetto da disturbo bipolare, direi che ci hai preso. Come dico spesso: – Una volta ero schizofrenico, ora stiamo bene. A parte la battuta, ho sempre ritenuto che classificare le opere di narrativa in fantascienza, historical fiction e così via sia un esercizio utile per il bibliotecario, non per lo scrittore. Io distinguo tra testi scritti bene e “ciofeche”, i generi e sottogeneri non m’interessano. Per il resto, apprezzo sentitamente il tuo lusinghiero “anche di successo”. Troppo buono.

Come hai cambiato nel tempo il modo di affrontare la narrazione?
Non mi sembra di averlo cambiato. Scrivo perché mi diverte e finché mi diverte. Nel momento in cui cominciassi a considerarlo un lavoro smetterei. Semmai, ho cambiato i momenti della giornata in cui scrivo. Ultimamente, ad esempio, riesco a concentrarmi e scrivere soprattutto in metropolitana, nei lunghissimi ritagli di giornata che spendo da pendolare sulla linea B di Roma, tratta Jonio – Eur Palasport. Ecco, se mai vi capitasse di incrociare, su un vagone della capitale in ora di punta, un cinquantenne sovrappeso che picchietta come un invasato sullo schermo di un tablet, quello sono io.

Hai pubblicato tanto e, credo, con notevoli soddisfazioni. A che punto pensi sia giunta la tua carriera di scrittore?
Come dicevo prima, è giunta al capolinea della metro B (Jonio). Parlando seriamente (chi mi conosce sa che, riferita a me, questa locuzione è quasi un ossimoro) non l’ho mai considerata “una carriera”; forse è per questo che ne ho tratto, come dici, qualche soddisfazione. Associo “carriera” a emozioni negative quali ambizione, competizione e stress: non è questo ciò che voglio dalla scrittura. Se poi il tuo “hai pubblicato tanto” significa “hai rotto, ora basta, dai spazio ai giovani!”, potrei pensarci in sana autocritica, ma al momento credo che non ti darò soddisfazione. Sorry. Semmai i giovani autori mi piace aiutarli, e talvolta lo faccio.

Nelle tue opere ci sono personaggi importanti tra cui Archimede e Ruggero d’Altavilla, ma anche Leonardo da Vinci e Jesse James. Qual è quello che ti ha maggiormente interessato?
Mi ha intrigato soprattutto scrivere di Archimede di Siracusa, perché paradossalmente è il personaggio storico di cui sappiamo meno. Della sua vita privata, ad esempio, le fonti ci rivelano quasi nulla, tranne i celeberrimi aneddoti sul bagno e quell’Eureka che peraltro tutti travisano. Su Archimede c’era grande spazio per la fantasia; vi ho colto un’opportunità e anche una sfida, non potevo lasciarla correre. Poi naturalmente c’era anche l’ammirazione di un umile ingegnere (il sottoscritto) verso il più grande scienziato di tutti i tempi. Inutile che obiettate con i vostri prosaici Einstein o algidi Newton, Archie è in cima alla lista!

Indubbiamente Archimede è un personaggio geniale e multiforme. Come hai ricostruito la sua vita e la sua opera nel romanzo “Il matematico che sfidò Roma”? Hai lavorato molto nella fase di ricerca?Francesco2r
Ovviamente sì. Non tanto su Archimede (come dicevo, le fonti che parlano della sua vita privata si contano sulle dita di una mano, Plutarco e pochissimo altro) quanto sull’antica Siracusa, sulla quotidianità nelle città della Magna Grecia, sulle cerimonie religiose, le monete, il linguaggio, le unità di misura dell’epoca… Tieni presente, peraltro, che io sono siciliano, sento molto il retaggio della mia isola natale. Spesso contesto che noi italiani ci sentiamo tutti figli di Giulio Cesare, mentre – soprattutto nel Sud – abbiamo probabilmente più sangue greco che romano nelle vene.

Ci piacerebbe sapere come procedi quando devi elaborare la trama di un romanzo storico.
Mi permetto di correggere la domanda. Non “quando devi elaborare” bensì “quando hai voglia di elaborare”. Se lo sentissi come un obbligo non lo farei. Ecco perché sono piuttosto settoriale nella scelta dei miei temi. Per i romanzi storici, scrivo solo storie che riguardano l’Italia e in particolare la Sicilia, terra ove si trovano le mie radici. Diciamo che provo piacere a ripercorrere le vicende dei miei ipotetici (?) antenati. Questo obiettivo è esplicito nel mio primo romanzo storico “Il re bianco del Madagascar” che narra appunto una storia tratta dalla tradizione orale della mia famiglia. In misura minore ho seguito questo approccio anche nel romanzo di Archimede e in quello sui Normanni.

Tra l’altro hai scritto il thriller “Come un brivido nel mare” ambientato nella Messina del 1908, quando si verificò il terribile terremoto che devastò la tua città e che si estese anche alla Calabria. Cosa ti ha portato a rievocare questo fatto storico?
Pochi sanno che il terremoto del 1908 è stato l’evento naturale più devastante di tutta la storia della nostra penisola, una catastrofe al cui confronto il Vajont o Pompei scompaiono. Quasi centoventimila morti, due città rase al suolo, danni incalcolabili. Si tratta anche di un evento fascinosamente misterioso, con retroscena sconcertanti che pochi conoscono.

A cosa ti riferisci?
Per esempio, a Messina, ove sono nato, sorge un monumento dedicato ai marinai della flotta russa che prestarono i primi soccorsi alla popolazione già il mattino dopo il sisma. Ma nessun messinese, oggi, saprebbe dire perché una nutrita flotta da guerra russa incrociava, proprio quella notte, nelle acque siciliane, peraltro tallonata da un’equivalente squadra navale britannica. Non aggiungo altro, ma propongo una sfida. Se digitate su Google le parole “1908”, “russi” e “catastrofe”, il motore di ricerca vi fornirà due risposte. La prima è il terremoto di Messina. La seconda è il celeberrimo “evento Tunguska”. Se volete scoprire che relazione esiste tra il sisma siciliano di inizio novecento e il coevo cataclisma in Siberia… Be’, dovete leggere il mio romanzo.

Alcuni dei tuoi romanzi sono ambientati nel Mezzogiorno e in varie epoche storiche. Sei uno scrittore che viene dal Sud Italia, trapiantato a Roma, come lo è stato il meridionalista, scrittore e giornalista di Salerno Giovanni Russo, scomparso recentemente. Come ti sembra la situazione del Mezzogiorno oggi? A tuo parere esiste ancora una Questione meridionale? Hai mai pensato di scrivere qualcosa sul tema? (Occorre anche tenere conto che nei giorni scorsi con l’affermazione dei referendum sull’autonomia in Lombardia e Veneto, in qualche modo è stata rilanciata la Questione settentrionale).
Francesco3rHo scritto pagine di riflessione sulla società siciliana, con i suoi vizi e problemi secolari, già nel romanzo “Come un brivido nel mare” di cui abbiamo abbondantemente parlato. Ho sfiorato l’argomento anche nel romanzo breve “Jesse James delle Due Sicilie”, ove ho ipotizzato, con lo strumento dell’ucronia, cosa sarebbe successo se il brigantaggio meridionale post-Garibaldi fosse evoluto in rivolta organizzata contro lo Stato unitario. Qualche pagina sull’origine storica dei malanni del Sud si può rintracciare anche nel romanzo “I due leoni”, che peraltro mostra come la Sicilia araba del decimo e undicesimo secolo fosse di gran lunga la più ricca e fiorente delle regioni italiane. Mi chiedi se mai scriverò un saggio sulla Questione meridionale? Facile rispondere che non mi sento in grado, né come preparazione né tantomeno come capacità di analisi. In verità però mi sento troppo pigro anche solo per ipotizzarlo. Almeno la sincerità concedimela.

Hai vinto per due volte il “Premio Urania”, nel 1991 con il romanzo “Ai due lati del muro” e nel 1999 con “2038: la rivolta”, poi hai intrapreso anche altri percorsi. Che cosa ha rappresentato per te la fantascienza e cosa rappresenta oggi? Hai in mente nuove storie da dedicare alla Science fiction?Francesco4r
Ribadisco che, per come interpreto la scrittura, non sento grandi differenze nell’imbastire un romanzo di Sf piuttosto che un’opera di genere storico o un thriller. Non è poi vero che io abbia abbandonato la fantascienza. In realtà scrivo ancora regolarmente storie brevi di speculazione o comunque ambientate nel futuro. Nello scorso ottobre sono uscite due antologie di Sf che contengono miei racconti. Non escludo affatto di tornare presto a pubblicare un romanzo di fantascienza, si tratta solo di riuscire a trovare tempo per scrivere sottraendolo ad attività per me più importanti come ad esempio l’ozio.

Puoi dirci a cosa stai lavorando attualmente?
Ho quasi terminato il secondo capitolo della saga normanna de “I due leoni”. Il titolo provvisorio del romanzo è “La versione del Guiscardo” e ha come protagonista il duca Roberto d’Altavilla. In realtà non si tratta di un sequel, nemmeno di un prequel. Diciamo che narra la discesa dei normanni in Italia nell’undicesimo secolo dal punto di vista del “cattivo” del romanzo precedente. Concludo confessando che, nei romanzi come nei film, prediligo di gran lunga i villain agli eroi. Trovo i buoni noiosi, i cattivi molto più intriganti. Forse per questo il mio nickname sulla rete è sempre stato “Il Perfido”.
Grazie per l’attenzione. Ad maiora!

Grazie a te Francesco per l’intervista che ci hai rilasciato, al contempo interessante, utile e… divertente!

Filippo Radogna

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