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Il Pianeta degli Uomini Scimmia (II parte)

Tarzan, il personaggio romanzesco – da una Science-fiction leggendaria – di Edgar Rice Burroughs, ha compiuto poco più di due anni fa un secolo (All-Story Magazine, USA, ottobre 1912). Ma è più di tre lustri che ha abbandonato il grande schermo. Esploriamo il franchise dimenticato di Hollywood – e il suo ritorno al cinema!
(Articolo ispirato a “Planet of the Ape Man” di O.Williams su Empire #280,ottobre 2012)

…cliccare qui per leggere la prima parte

Tarzan in film, ascesa e caduta

Nel 1935 Edgar Rice Burroughs, ormai ricchissimo, si decise. Produsse le filologiche “New Adventures of Tarzan”, protagonista il lanciatore di pesi olimpico Herman Brix (destinato a una buona carriera hollywoodiana). Tentativo onesto ma modesto: il budget comunque limitato, gli ostacoli degli studios e le varie malattie tropicali lo affossarono, ingiustamente. Il buon Burroughs, esasperato dai successi dell’inesatto Tarzan di Hollywood, si sfogò nel suo contemporaneo romanzo “Tarzan and the Lion Man”, magnifico meta-pulp nel quale una troupe filmica si scontra con uno scienziato pazzo in Africa e l’Uomo Scimmia in persona fa un provino per il ruolo di se stesso… ma viene scartato perché “non adatto”! Da allora ERB si tenne lontano dal cinema; continuò a scrivere popolarissimi libri tarzaniani (saranno 24) fino alla sua morte, nel 1950.
Nel frattempo l’ormai leggendario Johnny Weissmuller appendeva il perizoma al chiodo dopo il suo dodicesimo cine-exploit tra le liane: “Tarzan and the Mermaids” (1948; senza sirene ma con una bella piovra gigante). Il franchise sembrava stanco eppure riesplose grazie al solito produttore Sol Lesser della RKO, protagonisti prima il bellimbusto Lex Barker fino al ’53 poi Gordon Scott fino al ’60. L’ottimo “periodo Scott” (sei film) non raggiunse le vette dell’era Weissmuller ma si trattò pur sempre di uno scossone nell’immaginario filmico. L’ultimo della “serie Lesser” fu “Tarzan’s Fight for Life” del ’58, il terzo con Scott e solo il secondo a colori; subentrò il geniale produttore Sy Weintraub che, pur confermando Gordon Scott, cambiò tutto: basta con i set finti e OK alle location africane; il suo Tarzan divenne un solitario, con poche apparizioni di Jane, e finalmente si acculturò – tra l’ultimo film citato e l’ottimo “Tarzan’s Greatest Adventure” del ’59 l’Uomo Scimmia impara un perfetto inglese e smette di riferirsi a se stesso in terza persona. Greatest Adventure e il successivo “Tarzan the Magnificent” (1960) sono da molti considerati i film migliori sul personaggio: si tratta praticamente di Western nella giungla (Tarzan da solo contro una gang di cattivi, che devono essere sconfitti uno a uno per restaurare l’ordine) con un giustiziere serio e duro e atmosfere violente, adulte.
In Greatest Adventure appare l’allora sconosciuto Sean Connery come il cattivo O’Bannon: l’attore scozzese in seguito fu sul punto di sostituire Scott; ma aveva già fatto ottimi provini per un piccolo Spy-thriller… Tarzan regalò Connery a James Bond eppure, negli anni ’60, i due procedettero appaiati. Dopo il maturo Jock Mahoney (due film), il fisicato ma brutto Mike Henry di “Tarzan and the Valley of Gold” (’66) fu un Lord della Giungla bondiano: arrivava in elicottero, imbrillantinato e in completo tropicale; c’era il cattivo megalomane con strani sicari e la base nelle Ande, nebbiosa e invisibile ai satelliti. Tarzan mutò in un cacciatore di super-cattivi globetrotter!
“Tarzan and the Jungle Boy” (1968, con Henry) dopo 36 anni segnò la fine dei kolossal. Weintraub passò alla Tv con la popolare serie NBC protagonista Ron Ely – un Tarzan colto, che era tornato nella giungla stanco della civiltà: durò dal ’66 al ’68 per 56 puntate e quattro film rimontati dai molti doppi episodi. Fu chiusa perché troppo costosa, Weintraub si dedicò ad altro e l’onnipotente Warner Bros., neo-padrona del concept filmico, avviò un’epoca di incertezze produttive su un personaggio ancora incompreso.

Tarzan, la rinascita

Fin dall’inizio degli anni ’70 il grande Robert Towne (scrittore di “Chinatown”, 1974) lavorò alla complessa sceneggiatura che sarebbe divenuta nell’84 “Greystoke: The Legend of Tarzan, Lord of the Apes”. Voleva adattare fedelmente il romanzo fantascientifico originale del 1912 firmato E.R. Burroughs, pur togliendo il Fantasy e correggendolo: leopardi al posto dei leoni e mandrilli per le Grandi Scimmie gorillesche sconosciute alla scienza. Doveva dirigerlo lui stesso ma il lavoro rimase incompleto fino all’entrata in gioco dell’emergente regista inglese Hugh Hudson. La prima versione finiva nel villaggio africano (d’Arnot vi porta Tarzan sulla via del ritorno per l’Inghilterra); Hudson strutturò una seconda parte civile e tagliò quella selvaggia. Lo script, poi nominato agli Oscar, fu rinnegato da Towne che ne creditò il suo cane!
Il Greystoke della Warner fu ostacolato anche dal film del 1981 con Bo Derek, “Tarzan the Ape Man”. La rivale MGM infatti manteneva i diritti sulla vecchia storyline del Cimitero degli Elefanti e poteva farne il remake; la nuova sexy-star Derek scelse di rifare la Jane di Maureen O’Sullivan dall’era Weissmuller. Pur nella disperazione della Burroughs Inc., poteva funzionare: quella Jane era significativa e, già negli anni ’30, provocante. La prima metà del film è divertente – anche grazie al folle padre di Jane, interpretato da un magnetico Richard Harris; poi la fascinazione di Miles O’Keeffe (un Uomo Scimmia ebete quanto figo) per le tette di Bo è davvero imbarazzante.
Toccava a Hudson, reduce dal successo dell’opera prima “Momenti di gloria”, salvare Tarzan. Greystoke era nelle corde del regista: un realistico dramma storico su un aristocratico della giungla che deve tornare alla civiltà, scoprendo che essa stessa è un altro tipo di “giungla”. Fu scelto il parigino Christopher Lambert (il cui accento francese è perfetto per il Tarzan letterario) proprio perché recalcitrante; affascinò il regista il suo sguardo cupo e nervoso, che si scoprì essere miope. L’atmosfera edoardiana di “amore, perdita e buone maniere a tavola” confuse i fans del vecchio cine-Tarzan; ma la dura serietà e un super-cast all-british funzionano. Ci volle comunque un’altra decade per un pseudo-sequel più Fantasy; ma “Tarzan and the Lost City” (1998, con Casper Van Dien) era senza ambizione e rimase senza pubblico… Si tratta dell’ultima tarzanata live action sul grande schermo, nonostante il successo del cartoon Disney del 1999. Quest’ultimo troppo debitore del mito filmico.

Epilogo: finalmente il Science Fantasy?

Oggi hanno già trasformato Tarzan in un personaggio cartoon CGI contemporaneo e giovanilistico (in Germania, per il deludente motion capture 3D della Costantin dell’anno scorso). Mentre il regista dell’ultimo, kolossale Harry Potter David Yates, per il ritorno ufficiale Warner, l’anno prossimo proporrà l’originale ambientazione letteraria d’un inizio ’900 Fantastico, pur con le inevitabili sensibilità moderne. Del resto siamo nell’era dei Supereroi e un Batman o il già citato Wolverine sono degni compagni di viaggio del Signore delle Scimmie. Avremo davvero questa fiaba scientifica al cinema, finalmente fedele rilettura degli epocali testi burroughsiani? Lo speriamo, nonostante l’enorme rischio di anacronismo e/o ridicolo…
Dopo un secolo di cine-tentativi, tra hit e flop, quest’ultima opzione resta l’ultima in tutti i sensi. Inedita, incredibilmente; e ovviamente la migliore.

Filippo “Jedifil” Rossi
Consigliere dell’ Associazione Yavin 4 Fan Club

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