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Trent’anni di incantevoli incubi

La prima volta che mi capitò tra le mani un fumetto di Dylan Dog fu Locandina Petruzzelli Dylan Dog durante la gita di seconda media. Nel pullman un mio compagno di classe, sedutosi accanto a me, portava con sé due albi. Li ricordo perfettamente: il numero 45 Goblin e il numero 79 La Fata del Male.
Durante il viaggio me li feci prestare. Scoprii così l’esistenza di un fumetto diverso, distante anni luce dalla Disney, mondo entro il quale era stato confinata la mia idea di fumetto.
All’epoca ero un ragazzino che da lì a poco sarebbe entrato in quel disastroso vortice di incubi, trasformazioni e disagi che è l’adolescenza. Ero uno di quelli bravi, con una tradizionale educazione cattolica anche se, d’altro canto, un piccolo demone riposava dentro di me, tacito e invisibile, alimentandosi di tanto in tanto con i pochi film horror che vedevo in estate, insieme ai cugini torinesi e francesi scesi per le vacanze. Ne avrei visti tanti altri ma al di là dei i miei cugini, quel genere lì mi era proibito sia per i contenuti che per gli orari in cui venivano trasmessi. Per questo quando sfogliai per la prima volta un Dylan Dog fui colpito subito dai contenuti forti, sinistri, talvolta splatter, elementi che mi compensavano di quanto mi era stato proibito.
Ma in quella prima lettura ad impressionarmi non ci fu soltanto la componente horror, ma anche quella erotica. Le tavole più spinte ebbero su di me un notevole impatto. Innanzitutto le scene di sesso di Dylan con le sue clienti erano raccontate senza filtri, senza bugie, senza insomma i tabù e la vergogna che si ha a quell’età, anche a causa di una formazione intrisa di cattolicesimo. D’altra parte però quelle stesse scene di sesso erano offerte come scene di vita quotidiana, azioni del tutto naturali, prive della malizia e della volgarità a cui io, come tanti, ero stato abituato con il cinema nazional-popolare degli anni Ottanta (Pierino per intenderci).
Quindi, da un punto di vista all’altro, di fatto quelle tavole aprirono la strada ad una battaglia tutta personale che avrei intrapreso da lì a poco per l’emancipazione dai tabù, dal perbenismo e dalla malizia di quegli anni.
Dalla gita passò circa un anno.
Non ricordo perché feci passare così tanto tempo. Forse ebbi solo bisogno di metabolizzare quanto scoperto. Di certo quel fumetto era rimasto dentro di me, come a dare un volto al demone che da sempre, forse, mi portavo dentro. Un pensiero che, sotto forma di alcune tavole viste, di tanto in tanto risaliva a galla nella mente. Poi un giorno, reduce da una seduta dal dentista, chiesi a mia madre di comprarmi un fumetto. Non so dire perché quel giorno e non un altro. Chiaramente mia madre, a fronte delle torture da me appena subite, non oppose alcuna resistenza. Presi il primo che trovai, uno che ben presto sarebbe diventato tra i miei preferiti in assoluto nonché uno dei più simbolici dell’intera serie: il numero 25 Morgana (giugno 1993, seconda ristampa). Per chi conosce l’universo Dylan Dog sa benissimo di cosa sto parlando.

Non ci capii nulla, ma ne rimasi folgorato.
Lo rilessi chissà quante volte, continuando a capirci poco ma divorandolo tavola per tavola. Mi appariva un collage di universi in contatto tra di loro, di storie appena sussurrate, di allucinazioni contraddittorie come in un sogno, o in un incubo. Era un continuo balzare tra due diverse dimensioni, rappresentate da una Londra decadente invasa di zombi e una normalità quotidiana, in attesa di un misterioso e indicibile orrore, in cui si aggirava un Dylan Dog più smarrito e malinconico che mai. Onnipresente, in entrambe le dimensioni lei, Morgana, romantica e sensuale, ingenua e misteriosamente triste, con una mostruosità celata persino a lei stessa.

Oggi Morgana è rimasto uno dei miei numeri preferiti, nonché fonte d'ispirazione per la mia attività di scrittura. Oltre ad essere una storia allucinata, è anche un esempio di scrittura fondato su una conflittualità di mondi portata all’estremo, in cui persino la realtà del disegnatore ne finisce inghiottita. L’autore dei disegni, infatti, viene morso dallo zombi Morgana (ancora inconsapevole della sua natura) ed è sempre sua la tavola finale, in cui esce dal suo studio ritrovandosi, con tutta l’indifferenza, nella Londra invasa dai morti viventi. Una trovata finale e, insieme, una tavola, che per anni mi è rimasta impressa.
Presi così a seguire Dylan Dog, comprando altri numeri. Mi appassionai sempre di più e, nel contempo, fui sempre più rapito dalla poetica che accomunava ogni episodio: la relatività dei punti di vista è fondamentale in ogni aspetto della vita, al punto da stravolgere in toto non solo la percezione che abbiamo del mondo ma anche il mondo stesso. Ognuno di noi vive in uno degli infiniti mondi possibili. In tutto questo anche l’idea che si ha di mostro si relativizza. A volte un mostro è colui che vive in solitudine ai margini di una società costruita su canoni tutt’altro che umani, determinata da uno dei tanti mondi possibili e quindi da uno dei tanti destini possibili.

Oltre a Morgana altri numeri mi hanno influenzato non poco, diventano in qualche modo pietre miliari della mia formazione: Oltre la Morte, Il Mosaico dell’Orrore, Memorie dall’Invisibile, Johnny Freak, la zona del Crepuscolo, Storia di Nessuno, Il Lungo Addio e tanti altri.
Ma al di là degli albi e delle storie narrate, c’era lui, l’indagatore dell’incubo, il mostro per eccellenza. Per quanto fossero interessanti o meno le storie, era sempre emozionante seguirlo. Diverso da tutti, lontano dalla buona società (ma anche da quella cattiva), inconsapevole anticonformista, chiuso nel suo piccolo mondo fatto essenzialmente da una casa grottesca, da pochi singolari amici, dal clarinetto, dall’interminabile modellino di galeone e dai suoi misteri personali. Nulla di più. Un mondo che riusciva, nella realtà,come un perfetto contraltare contro la banalità della quotidianità, contro quella borghesia arrivista che ti alitava sul collo e che ti voleva come lei. Specchio, nel fumetto di Sclavi, di quella società annichilita che generava mostri o, addirittura, li rendeva sue vittime.

Auguri Dylan. Già 30 anni (settembre 1986)!

Trent’anni di meravigliosi incubi che celebro con una locandina (posta in alto a destra dell’articolo), scovata in un locale di Molfetta – in provincia di Bari – che nel 1993 (quando leggevo per la prima volta Morgana) pubblicizzava l’Expo Comics di Bari. Dylan Dog in primo piano e alle sue spalle il Teatro Petruzzelli in fiamme (appena due anni prima) e sorvolato da demoni alati. Teatro che per tutti noi, abitanti di Bari e provincia, da quel lontano 1991 fino a pochi anni fa è stato uno dei nostri migliori incubi.
Giuda Ballerino!

Gianpaolo Roselli

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