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De Pascalis, la storia e il fantastico

Luigi De PascalisNei suoi romanzi c’è la storia antica, alternativa o reale, la grande favolistica e i richiami al realismo magico di García Márquez. Luigi De Pascalis, abruzzese di nascita (è di Lanciano, in provincia di Chieti) ma vive lunghi da anni a Roma, è uno di quegli scrittori che onorano la narrativa fantastica italiana tanto da essere pubblicato anche negli Usa, in Francia e Germania. Con il romanzo Notturno Bizantino (La Lepre Ed.) testo che gli ha dato ha dato le maggiori soddisfazioni, nel 2016 è stato candidato al Premio Strega.

Un ciclo dei tuoi romanzi è dedicata al magistrato della Roma antica Caio Celso. Cosa racconti e quanti romanzi gli hai dedicato? Rosso Velambro
Ho dedicato a Caio Celso tre romanzi (il primo fantastico — Rosso Velabro — e gli altri due realistici, e due racconti lunghi, anche qui uno fantastico e l’altro no. Il motivo di questa dicotomia è che, dopo aver letto Rosso Velabro, Luigi Sanvito, allora responsabile di una collana gialla e noir per Hobby&Work, mi disse che il personaggio gli piaceva ma, data la natura della collana, gli occorrevano gialli storici puri. E io ho acconsentito.

Qual è il contesto in cui è inserita la figura di Caio Celso?
Caio Celso è un magistrato pagano seguace di Seneca che vive e opera in una Roma che sta divenendo rapidamente cristiana fra sotterfugi e tradimenti. Tutte le mie storie, anche quelle fantastiche, partono da una indagine storica accurata. I lettori seguono più volentieri una vicenda fantastica se sentono che dietro c’è una ricerca attenta che rende verosimile il contesto.

Mentre con La pazzia di Dio sei stato finalista nel 2010 al Premio di Letteratura Naturalistica Parco Majella e al Premio Acqui Storia. Ce ne vuoi parlare?
La Pazzia di Dio nasce come un romanzo fiume e ha avuto una gestazione molto lunga, quasi 20 anni, con varie riscritture. Il mio sogno era scrivere un romanzo in cui fantastico e realistico potessero convivere pacificamente tramite il meccanismo dei due piani intrecciati, con qualche richiamo a Marquez, ma con materiale italiano, mediterraneo. Ho collezionato un numero impressionante di rifiuti dai più diversi editori fino a che Alessandro Orlandi editore di Lepre Edizioni mi ha chiesto di separare le due vicende dedicando loro due diversi romanzi, La pazzia di Dio appunto e Il labirinto dei Sarra che l’amico di sempre Gianfranco De Turris ha definito il più bel romanzo fantastico italiano degli ultimi decenni. Sogno di riuscire un giorno a riunire i due libri in un’unica storia, così come l’ho pensata quasi 40 anni fa; ma so che è molto difficile, così ho finito per considerare i due volumi come il primo (La pazzia di Dio) e l’ultimo (Il labirinto dei Sarra) di una trilogia di cui sto scrivendo il secondo (Allegoria del ritorno), in cui avviene un graduale passaggio dal realistico al fantastico.

Quanto è importante in ciò che scrivi riuscire a contemperare realistico e fantastico?
La sfida di una vita, per me, è sempre quella di fare ingoiare il “rospo” del fantastico al lettore mainstream, superando finalmente quella divisione positivista di stampo tardo ottocentesco che chiamerei “realismo borghese”.

Copertina Pinocchio Tra i tuoi tanti lavori hai anche pubblicato una graphic novel dedicata a Pinocchio…
Pinocchio non è un incidente di percorso. Ha vinto il Premio Carlo Lorenzini di Firenze e di recente è stata dedicata una mostra alle sue tavole, originariamente a colori. Durante il servizio militare ho conseguito “per sfizio” la maturità artistica ottenendo la votazione più alta di quell’anno a Roma e in seguito mi sono laureato con una tesi in sociologia della pittura.

Quando hai cominciato questo tipo di attività artistica?
Disegno e dipingo da quando ero bambino, insomma, questa attività è l’unica cosa che mi tranquillizzi e rilassi davvero. Ho nel cassetto 80 tavole di un volume (di cui ho prodotto disegni e testi) dedicato a Il libro dell’inquietudine di Pessoa. Non è un fumetto e non è un libro illustrato e questo ne rende difficoltosa la pubblicazione. Un altro piccolo, stupido muro da abbattere!

Nel 2016 con Notturno bizantino, che fu candidato allo Strega, segnalato al Premio Campiello e fu anche vincitore del Premio Acqui Storia hai ricostruito gli ultimi anni dell’Impero bizantino e la caduta di Costantinopoli.
Notturno Bizantino è il romanzo che mi ha Notturno Bizantino dato più soddisfazioni. Gli ho dedicato circa quattro anni e ha ottenuto decine di recensioni tutte positive. La mia attenzione su Costantinopoli si era formata quando scrivevo Il mantello di porpora, romanzo dedicato a Giuliano l’Apostata. Anche qui ho immaginato una trilogia che dovrebbe finire con la presa di Otranto e la morte di Maometto II, per cui ho fatto tutte le ricerche necessarie e ho scritto le prime 60 pagine. Ho l’abitudine di lavorare a 3 progetti insieme, uno da editare e in attesa di pubblicazione, uno in fase di scrittura e l’ultimo per cui lavoro a ricerca e appunti. Non amo fare per troppo tempo la stessa cosa.

A proposito di storia alternativa, hai pubblicato il racconto Luna nera d’agosto, nell’antologia dal titolo Se l’Italia. Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi, curata da Gianfranco De Turris. Che storia hai raccontato?
Luna nera d’agosto è dedicato a una famosa cena avvenuta nella vigna del cardinale Castellesi nel 1503. In seguito ad essa morì Alessandro VI Borgia, suo figlio Cesare e il padrone di casa rimasero gravemente intossicati e quasi ne morirono e il progetto di unificare l’Italia nel nome di Cesare fallì. Guicciardini dice che Castellesi avvelenò il papa avvelenatore, una specie di topos letterario. In realtà il cardinale doveva tutto ai Borgia e le sue disgrazie incominciarono a partire dalla loro scomparsa dalle pagine della grande storia. Era estate e io credo che le salse o il cibo fossero mal conservati. Quindi ipotizzo che una servetta abbia fatto cadere in terra la ciotola con la salsa contaminata e di conseguenza Cesare Borgia abbia unificato l’Italia. Un evento minimo che produce effetti spropositati.

Ci sarà un seguito a quest’ultimo lavoro?
Sì, attualmente sto lavorando a una specie di sequel di questo racconto. Un giallo storico sul quale un anziano agostiniano e un giovane francescano indagano a distanza di 50 anni. Ma sto collaborando anche con Alessandro Iasci a un’antologia quasi-romanzo fantasy che ha per protagonista Simbad il marinaio. Come vedi continuo a tenere il piede in due staffe!

Filippo Radogna

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